mercoledì 20 giugno 2012

Botteghe


Tempo fa ho ricordato alcune delle botteghe storiche del quartiere, la pasticceria Miranda, la salumeria di Don Ciro con suo fratello Enzo, la stessa farmacia della dottoressa bionda  dalle magiche cartine di 6gr di bicarbonato e 12 gr di cremone per un pan di spagna perfetto da farcire rigorosamente con crema gialla fatta in casa con piccole scorzette di limone.
Per trovare l’introvabile , componenti particolari per  guarnire una torta fatta in casa, le caramelle di ogni tipo e gusto, le giuggiole di ogni dimensione e sapore, i formaggini di cioccolata con frammenti di nocciole,i gelati più strani e di ogni marca  bisognava rivolgersi alla bottega delle botteghe:  Miele al Corso Vittorio Emanuele, con il suo piccolo locale stracolmo d’ogni merce ed un profumo sempre uguale, un misto eccezionale di odori e quest’uomo semicalvo,dal viso rotondo e baffetti che sembrava uscito da un quadro di Toma o di De Bellis, dai modi gentili e sempre disponibile a soddisfare  in qualsiasi modo le richieste dei clienti.
Miele era di fianco ad un’altra bottega , quella di don Vittorio ‘o chianchiere (macellaio) che vendeva unicamente carne di cavallo che tra fine anni 50 ed i 60 era fortemente consigliata dai medici per combattere l’ anemia.
Don Vittorio era un omone dalla folta capigliatura imbrillantata  dalle maniere gradevoli e gentili e con una grande capacità di centrare il peso signo’,teng’ ‘o peso dint’ ‘e mmane.
Sempre nel tratto del Corso , di quella che fu la strada che nell’ottocento stravolse i connotati originari del Poggio delle Mortelle, che secondo i letterati dell’epoca fu una delle zone più belle della città, la contrada residenziale per eccellenza, la mitica pasticceria Principe fondata da Luigi Patrone e poi gestita dai figli Walter,Geppino e Guido che ne continuarono la tradizione con prodotti di alta qualità ma che purtroppo come tante altre realtà commerciali importanti ebbe fine qualche decennio fa .
Come non ricordare alcuni punti vendita che botteghe non erano ma  precisi  punti di riferimento per accaniti fumatori di sigarette di contrabbando  che a richiesta apparivano dalla cassetta in legno posta sulla carrozzella di un disabile che noi ragazzi immancabilmente l’11 febbraio,giorno del ricordo dell’apparizione della Madonna a Lourdes, caricandolo in spalla, lo portavamo al Santuario in cima alle scale per poi ricondurlo a casa e il suo sorriso ci ripagava della fatica.
Il punto vendita all’ingresso della Funicolare centrale di caramelle, cioccolatini e formaggini d’ogni tipo di un uomo dalla robusta corporatura con i baffi e dai modi tutt’altro che gentili al punto che chi guardava e non acquistava veniva investito da una frase tremenda v’adda venì nu canchero dint’ ‘e mane  e, ricordo, che più d’uno lo provocava per constatare la veridicità della sua nota imprecazione.
Banche,supermercati e prodotti tutti ad 1 Euro, ne hanno preso il posto da oltre trent’anni ma le grandi trasformazioni ed il cambio di stile di vita che necessariamente seguiranno all’epilogo della grande crisi potrebbero far tornare alcune attività commerciali ed artigianali, centri di riparazione di oggetti d’ogni tipo.
Qualcosa già si intravede e chissà che non possa costituire una parte della ripresa che tutti auspichiamo.

lunedì 18 giugno 2012

Il Poeta di Recanati nel ventre di Napoli


Come è vero che certi luoghi non è possibile viverli,amarli, immaginarli  al di fuori di un contesto complessivo di  cui fanno parte.
Senza senso sarebbe parlare di via Posillipo se non inquadrato nell’intera collina da via Manzoni a via Petrarca,al Parco Virgiliano ed a quei luoghi  incantati  della Gaiola e  Marechiaro.

San Carlo alle Mortelle , dal Corso Vittorio Emanuele guarda verso Chiaia attraverso Rampe Brancaccio ,via Nicotera e i Gradoni che finalmente sono tornati  tali; ma anche Sant’Anna di Palazzo col suo mercatino, via Cedronio e i vicoletti limitrofi.
Giacomo Leopardi
(Recanati, 29.6.1798-Napoli, 14.6.1837)

Proprio pensando ad uno di questi vicoli , giorni fa, via San Mattia e più precisamente il civico 88 , cercavo d’ immaginare il primo impatto di un uomo, di un grande poeta italiano, Giacomo Leopardi, del quale in questi giorni si è ricordata la sua morte , con una realtà completamente nuova, diversa da quella abituale.

La vita frenetica di Napoli, quella chiassosa del quartiere in netto contrasto con il carattere solitario e malinconico del Poeta  che pure gli procurano un tale benessere, una tale voglia di vivere, una vita disordinata non troppo gradita al suo amico Ranieri che condivideva , il piccolo appartamento al secondo piano di  Palazzo Berio.

Un Leopardi che oggi definiremmo completamente impazzito  per la vita del quartiere, per la sua gente, per i personaggi, per tutto il particolare contesto  che riusciva a mitigare la sua malattia , una voglia di vivere attimi di vita come uno di loro.

Purtroppo la sua permanenza nel quartiere fu breve a causa del male che esigeva luoghi diversi, in collina, tra il verde  ma il ricordo delle piccole cose, delle scorpacciate di cozze, frutti di mare d’ogni genere, sfogliatelle e la frequentazione  dei caffè da via Toledo a Santa Lucia lo ricondussero alla sua ben nota malinconia. .

Le cronache riferiscono anche delle sue fissazioni  tipiche del popolo napoletano, dove si ritiene che il pane buono va comprato esclusivamente presso quel forno, il pesce soltanto presso quel tale e i taralli unicamente in via Foria  e ‘o pere e ‘o musso soltanto alla Pignasecca.

Vivere in una città ed in una parte di essa calandosi nei suoi  usi e costumi , sbagliati o meno che siano , ma vivere i luoghi nel rispetto delle sue tradizioni e, perché no, anche delle sue fissazioni.

Luoghi tra grandi contrasti , capaci di suscitare in chi vi risiede, sentimenti di odio e di amore ,  ma che anche ad uno dei più grandi ed apprezzati esponenti della poesia italiana provocarono non solo emozioni ma anche tanta nostalgia…e qualcuno di noi mai fu tanto d’accordo con il grande Leopardi.

sabato 26 maggio 2012

70 anni dalla morte di Libero Bovio


26 Maggio 1942 – 26 Maggio 2012

Poeta,scrittore, drammaturgo, giornalista , autore di celebri canzoni napoletane:

Tu can un chiagne, Reginella, Chiove, ‘O Paese d’ ‘o sole, Lacreme napulitane,…
Giuseppe Di Stefano

domenica 6 maggio 2012

Ricordo di un amico

Purtroppo non è sempre possibile riportare solo belle notizie, bei ricordi, momenti di gioia ma bisogna talvolta registrare anche notizie tristi, ancora più tristi quando si parla di scomparse di persone ancora nel pieno della vita.
Ho appreso della scomparsa di Renato Pozzo tramite email trovandomi fuori Napoli. Uno di noi, uno della grande comunità di amici del quartiere, della piazza.
Attraverso la rete ho letto parole bellissime, vere, sentite di amici a lui più vicini da sempre che fanno ben comprendere quale fosse l'affetto fraterno, silenzioso che univa Renato ai tanti che da anni continuava a frequentare.
Un caro saluto, un fraterno ricordo.

venerdì 13 aprile 2012

Settimana della Cultura e lentezza delle Istituzioni


Eretta nel 1616 su progetto del Sacerdote Barnabita Giovanni Ambrogio Mazenta che successivamente affidò il progetto all'Architetto napoletano Giovanni Cola di Franco.
All'interno dipinti di Antonio De Bellis raffiguranti momenti della vita si San Carlo Borromeo.
La facciata fino al 1730 fu lasciata grezza ed i lavori di realizzazione della stessa iniziati nel 1730 su progetto di Enrico Pini allievo del Sanfelice.
Decorazioni e stucchi di Giuseppe Scarola e dello scultore Domenico Catuogno.
Il 23 Settembre del 2009 si aprì un'ampia voragine all'interno della Chiesa facendo crollare parte della pavimentazione di fine  '700.
La Chiesa è chiusa e non risultano lavori in corso



Questo è il post del 9 Aprile dello scorso anno pubblicato su questo Blog in occasione della scorsa edizione della Settimana della Cultura.
A distanza di un anno non è cambiato nulla, come confermatomi dal Parroco P. Mimmo, la cifra stanziata l’anno scorso non è stata ancora erogata nonostante i passi fatti presso gli Enti interessati per sollecitare l’avvio delle opere di consolidamento e di restauro.
Alcuni amici più sensibili all’argomento mi hanno comunicato che in questi giorni si costituiranno in un comitato al quale sono stato invitato a partecipare per esercitare le opportune pressioni per lo svincolo dei fondi stanziati ed anche per definire la sistemazione della piazza attualmente in condizioni penose.
Saranno interessate tutte le Istituzioni competenti a cominciare dalla Municipalità della zona che dovrà dare il suo fattivo contributo.
Questo deve essere l’impegno ed il sostegno di quanti hanno a cuore il recupero di un gioiello dell’arte barocca, il legittimo utilizzo della Chiesa da parte dei fedeli e la sistemazione della piazza nel rispetto della sua storia.

domenica 8 aprile 2012

Una serena Pasqua di fiducia e di speranza

opera de il Tintoretto

Una serena Pasqua a tutti in un momento di grande difficoltà per la maggioranza delle famiglie, di quanti da tempo cercano un lavoro, di quanti non hanno più un lavoro, dei giovani sfiduciati e mortificati dalla mancanza di politiche per l’occupazione e lo sviluppo, delle categorie più deboli, dei diversamente abili e delle loro famiglie lasciate sempre più sole con sempre meno tutele, degli anziani,dei pensionati sacrificati in nome della difesa dei grandi patrimoni ,dei grandi potentati.
Una serena Pasqua di fiducia e di speranza

sabato 7 aprile 2012

venerdì 6 aprile 2012

Venerdì Santo


“… Sul  piedistallo, sotto i cuscini,questa iscrizione: Joseph Sammartino, Neap.,fecit,1753. E più nulla. Cioè no sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere,che non cela la piaga, ma la molce, che non copre lo spasimo, ma  lo addolcisce. Sopra un corpo di marmo che sembra di carne, un lenzuolo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Niente manca dunque,in questa profonda creazione artistica: e vi è il sentimento che fa palpitare la pietra, turbando il nostro cuore, e v’è l’audacia del creatore che rompe ogni regola,e v’è il magistero di una forma eletta, pura ,squisita, Quel corpo morto era poc’anzi  vivo, si contorceva nelle angosce di un’agonia spaventosa, giovane e robusto si ribellava al male, si ribellava alla morte. Non vi era sfinimento, non vi era abbattimento: le fibre non volevano morire,il corpo non voleva morire. Ma sotto le pieghe del lenzuolo, la testa ha un carattere stupendo:la fronte liscia ha un vasto pensiero;piangono gli occhi, è vero,pel cruccio fisico, ma le labbra schiuse hanno una traccia di sorriso, che è un’indefinita speranza. E’ vero,è vero, il dolore è passato dal corpo all’anima; è vero, l’anima è contristata, ma non è disperazione, ma non è desolazione. L’anima come la bocca è abbeverata di fiele, ma una goccia di consolazione v’è stata. Tutto quel Cristo è un dolore supremo, ma è anche una suprema speranza,…” (Matilde Serao)

mercoledì 4 aprile 2012

Lo Struscio del Giovedi Santo


L’ultimo rintocco delle campane per un silenzio fino alla notte  tra il Sabato e la Domenica di Pasqua, era il segnale dell’inizio dei giorni della Passione per i Cristiani ed anche per quanti non praticanti si trovavano comunque coinvolti in un clima misto di tristezza e di preparazione alla festa.
Al termine della Liturgia del Giovedì Santo , dopo la simbolica lavanda dei piedi e l’avvio dell’adorazione del Santissimo, presso  uno degli altari laterali addobbato per l’occasione con drappi ,piante, fiori e candele mentre tutt’intorno statue di santi e crocefissi coperti con stoffe color viola.
All’uscita della Chiesa ci si organizzava per scendere giù Toledo dove l’antico rito dello struscio ( che ebbe inizio il 18 Marzo del 1704 al tempo di Re Ferdinando IV) era ormai cominciato con la chiusura della strada che da piazza Carità fino a piazza Trieste e Trento era tutto un fiume di persone che con il rumore delle scarpe strisciate per terra, con il camminare lento per la gran folla, per l’indugiare davanti alle vetrine, davanti alle Chiese dove entrare e compiere il rito dei sepolcri  , sempre in numero dispari, non meno di tre che i più pigri o gli anziani rispettavano entrando ed uscendo dalla Chiesa più vicina tre,cinque,sette volte.
Tutte le Chiese restavano aperte fino alla mezzanotte che negli anni 60/70 era già considerata notte fonda e, quindi, un buon pretesto per la nostra generazione per far saltare le rigidità di orario di rientro in particolare delle ragazze che con la scusa del giro dei sepolcri preferivano frequentare i luoghi abituali per gli incontri con la propria comitiva  o con il proprio ragazzo del momento, il tradizionale  struscio era il rito delle coppie stabili o di quante/i  ancora in stato di libertà e fuori dai gruppi.
Oggi ad ampliare considerevolmente la zona dello struscio con una maxi zona ZTL c’ha pensato il Giggino  Primo  Cittadino , dove non è necessario strusciare  ma soltanto passeggiare e per gli accaniti delle auto solo incazzarsi e maledire il Re Ferdinando IV dei nostri tempi.

‘O STRUSCIO
Giovedì Santo ‘o struscio è nu via vaie:
Tuledo è chiena ‘gente ‘ntulettata,
ca a pede s’hadda fa ‘sta cammenata,
pe mantenè n’usanza antica assaie.
-Mammà, ci andiamo? – Iammo.Ma che faie?
-Vediamo due sepolcri e ‘a passeggiata-
E ‘a signurina afflitta e ‘ncepriata
Cerca ‘o marito can un trova maie.
‘A mamma areto,stanca,pecchè ha visto
Ca st’atu struscio pure se né ghiuto,
senza truvà chill’atu Ggiesucristo,
s’accosta a’figlia:-Titinè,a mammà,
cca cunzumammo scarpe.-l’ho veduto!
E me l’hai detto pure un anno fa!
                                    Raffaele Viviani                   

sabato 31 marzo 2012

Un sogno possibile


I sogni son desideri, cantava Cenerentola nel famoso film di Walt Disney nel 1950, un canto simbolo del potere dei sogni che talvolta si trasformano in realtà.
Questa volta non è la bella Cenerentola ma il Sindaco di Napoli  Luigi  De Magistris  che  nel corso di una trasmissione della popolare Radio Kiss Kiss ha voluto  confessare un suo sogno : trasformare le splendide scale che dalla collina del Vomero portano nel cuore della città in percorsi dell’arte e per quelle del Petraio un sogno in più, farne una piccola Montmartre con librerie, artisti di strada, arte e cultura.
Ma  il sogno di trasformare e vitalizzare le scale del Petraio, che forse anche il giovane Sindaco, come tanti di noi della zona,  ricorda anche come percorso degli innamorati , non può fermarsi al Corso Vittorio Emanuele ma deve obbligatoriamente coinvolgere il percorso di San Carlo alle Mortelle che porta ai quartieri Spagnoli, nel centro storico, verso Monte di Dio dove in piazza Santa Maria degli Angeli è in fase di costruzione una stupenda stazione della Metropolitana ,  nel cuore di Chiaia.
Questo sogno mi ha riportato a quanti amici ancora vivono in zona e quel sogno ,riferito alla piazza, qualcuno ha cominciato da tempo a verificarne le possibilità almeno per una sua riqualificazione dopo la ristrutturazione della bella Chiesa del Mazenta e della facciata dello storico stabile contiguo.
Non dovrebbe essere ricompreso nei sogni della bella Cenerentola ma un progetto alquanto possibile che si spera quanto prima di poter ufficializzare.
San Carlo alle Mortelle sul percorso dell’arte e della cultura non sarebbe affatto una novità ma un doveroso atto di recupero di memoria storica  possibile soltanto se lo si vorrà.
E’ complicato ma possibile.

sabato 24 marzo 2012

La pastiera


Nei profumi  che nella Settimana Santa invadevano le nostre case, in particolare tra il Giovedì ed il Venerdì, oltre il casatièllo che ha riscosso consensi  inaspettati , in particolar modo dagli amici che vivono  lontano da Napoli , non può mancare quello che era ed ancora è l’atto finale di un rito della tradizione della nostra tavola nel giorno di Pasqua : la pastiera.
Questo  dolce le cui origini antichissime difficilmente attribuibili ad un’epoca specifica trova però  d’accordo un po’ tutti gli studiosi della materia nell’individuare nell’antico monastero di San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli,  delle suore Crocifisse , di fianco ad uno dei gioielli del barocco napoletano, la stupenda Chiesa di Santa Patrizia, nella strada dei pastori, la nascita della pastiera nella versione attuale ad opera di una suora.
E non c’è da dubitare su questa versione ben conoscendo la grande attenzione all’arte della cucina che da sempre alberga nei conventi sparsi per il nostro Paese.
Il profumo dell’acqua di fiori, elemento indispensabile, che riporta all’atmosfera della primavera ed ai suoi profumi, sembrava stabilizzarsi  in casa nei giorni antecedenti la Pasqua, in un misto di dolce e salato, tra salami, ricotta salata e soppressata calabrese, il tutto in un clima di rigoroso rispetto del divieto di mangiare simili pietanze dal Giovedi alla mezzanotte di Sabato fino al suono delle campane.
E’ forse difficilmente comprensibile da parte della generazione dei nostri figli il valore di talune tradizioni che erano anche occasione di consumare pasti più succulenti, pietanze che solo in quel periodo si aveva la possibilità di gustare; era impensabile mangiare il casatièllo a novembre,gennaio oppure la pastiera a giugno,luglio.
Questo particolare dolce dalle caratteristiche così particolari e personali che credo sia talmente unico che nessuno potrà  mai dire di aver mangiato una pastiera uguale ad un’altra, con l’identico sapore, con lo stesso profumo; al pranzo di Pasqua non ricordo di aver  mai assaggiato una sola pastiera.
I pranzi pasquali consumati mai da soli ma sempre con i nonni, l’immancabile zia vedova o nubile , la signora  sola dell’appartamento sullo stesso pianerottolo, con la propria pastiera che doveva obbligatoriamente essere assaggiata : mai una uguale ad un’altra.
 E’ uno di quei dolci che difficilmente veniva  acquistato, era  prodotto in casa non solo per ragioni economiche,  ma che le pasticcerie che circondavano la nostra zona come Taranto, Miranda ma soprattutto  Principe ponevano  in bella mostra nelle loro vetrine ed erano facilmente individuabili dal sapore di provenienza non domestica, eccessivamente aromatiche.
Pastiera
Ingredienti
350 gr.di grano bagnato,7 dl di latte,300 gr.di zucchero, sugna,vaniglia, 1 buccia d’arancia o di limone, 500 gr. di ricotta,6 tuorli d’uovo,4 albumi, canditi, cannella, pasta frolla per 8 persone.Cuocete nel latte il grano bagnato con la buccia di un’arancia o di limone,la vaniglia ed un cucchiaio di zucchero. Mettete in una terrina la ricotta insieme al grano, allo zucchero,alla cannella ed ai canditi;formate un composto omogeneo con i tuorli e gli albumi montati a neve. Con la pasta frolla foderate una teglia e versatevi tutto il ripieno; con dell’altra pasta modellate delle striscioline che sistemerete a rombi sulla torta. Cuocete in forno fin quando la superficie non risulterà dorata: Servitela qualche giorno dopo la cottura.(Frijenno Magnanno – Prisma libri) 

giovedì 15 marzo 2012

Tradizioni pasquali : 'o Casatiéllo


Nella perenne corsa della vita, con le esigenze commerciali di anticipare sempre  i tempi in ogni occasione si presenti, nonostante il carattere sempre più pagano di talune festività dell’anno, anche Pasqua mostra già i segni della sua prossima presenza con le solite uova di ogni dimensione.
Anche la rete sembra voler anticipare i tempi con foto provocatorie di rustici,dolci e piatti tipici dell’occasione che a Napoli ancora fanno parte di un rito, di una tradizione irrinunciabile.
Questa mattina  è apparsa su FB, non più tardi delle nove, la foto di un casatièllo, rustico tipico della cucina napoletana ,che ha calamitato l’interesse compiaciuto e quasi morboso di tanti amici colpiti dall’apparizione e dalla voglia di conoscere, da parte dei non napoletani, dove fosse possibile acquistarlo.
Orrore, parola impronunciabile per la generazione delle nostre mamme che mai avrebbero consentito di consumare il casatièllo acquistato, non partorito in famiglia.
Ricordo mia madre che il lunedì successivo la Domenica delle Palme  cominciava ad organizzarsi per impastare ed infornare tra il venerdì ed il Sabato ben sei casatiélli, uno ciascuno per noi ragazzi, di  dimensioni diverse a seconda dell’età ed uno grande per la famiglia, tutti rigorosamente da consumare dopo la mezzanotte del Sabato, dopo che s’era sciolta ‘a  Gloria , al suono delle campane che avevano taciuto per oltre 48 ore. Guai a pizzicare prima e mangiare pezzi di salame in quel  lasso di tempo anche di digiuno.
Il casatiéllo personale generalmente lo portavamo per colazione a scuola il martedì successivo  al rientro delle vacanze pasquali, sempre che ne fosse rimasta traccia.
Questa torta di farina con sugna,ciccioli,pepe e uova intere con guscio ,così semplicemente descritta nella maggior parte della letteratura culinaria tradizionale napoletana, ha subìto nel tempo varianti e botte creative del tutto personali, da quartiere a quartiere, da famiglia a famiglia, con aggiunta di salame e formaggio a tocchetti (e senza ciccioli nella mia tradizione familiare).
Ma l’arricchimento del casatiéllo giustifica  l’attribuzione del termine a quella tipologia di persone particolarmente pedanti , pignole ed eccessivamente  critiche, si proprio nu’casatiéllo , generalmente la moglie al marito pantofolaio e ….scassambrelle.


Casatiéllo
Ingredienti per tegame di dimensione media
500 g di farina, 40 grammi di lievito, 300 grammi di ciccioli, 150 grammi di sugna,pepe,sale 200 grammi di salame, 4 uova sode
Disponete la farina a fontana;al centro mettete un po’ di lievito stemperato in acqua tiepida; aggiungete il sale, una cucchiaiata di sugna ed impastate. Mettete a lievitare la pasta sotto un panno di lana. Quando la pasta sarà aumentata di volume, lavoratela ancora aggiungendo il pepe. Spianatela, ungetela con la sugna, spargetevi il salame a dadini, i ciccioli ed avvolgetela per formare un rotolo. Ungete di sugna uno stampo con il buco centrale e ponete il tortano di pasta facendo aderire bene le estremità. Sulla superficie mettete qualche uovo intero. Dopo averlo fatto lievitare nuovamente, infornate e fate cuocere a fuoco moderato. Servitelo freddo in tavola.(Frijenno Magnanno –Prisma libri)

mercoledì 7 marzo 2012

La fabbrica in fondo al vicolo

Nel Blog che parla della storia del quartiere San Carlo alle Mortelle, non può ,mancare la storia della fabbrica BOSS. Questo scritto parla della storia di mio padre e della sua fabbrica, creata nell'immediato dopoguerra, sin dal 1946 e portata avanti attraverso il  boom economico dell'italia degli anni 50   fino agli anni della contestazione operaia e della definitiva chiusura avvenuta nel 1969.
La  fabbrica sorgeva in fondo al Vicoletto San Carlo alle Mortelle ed aveva raggiunto negli anni sessanta un discreto numero di operai ed una grande visibilità anche a livello nazionale. La BOSS e' stato il fiore all'occhiello dell'espansione italiana del dopo guerra a seguito della nascita della FIAT ed in particolare della mitica 500. Mio padre, dalla mente creativa e geniale, creò una serratura per il portellone posteriore della '500, che includeva la sigla I (Italia) e che poteva sostituire la normale serratura di serie fornita dalla FIAT. Credo di non sbagliarmi se affermo che questa piccola serratura sia stata comprata da quasi tutti gli italiani che in quegli anni avevano una 500 . La produzione si estese poi alla '600, una serratura a forma di aletta, ed alla '750.  
La storia della BOSS parte da molto lontano, al momento dell'armistizio che segnava la fine della 2^ guerra mondiale, nel lontano 1943. All'epoca mio padre, era sottoufficiale dell'aeronautica militare , Capitano addetto alla motorizzazione ed al controllo degli aerei militari. Al momento del disarmo generale lui scelse di lasciare l'aeronautica e si ritrovò a dover badare a se stesso ed alla nostra famiglia in un momento di totale caos economico e politico.
Fu così che cominciò a creare degli accendini, che in quel momento in cui era difficilissimo reperire cerini per accendere il fuoco, andavano alla grande.
Li fabbricava completamente da solo. In un piccolo stampo di alluminio creava la cassa, che poi limava a mano ed  infine  li finiva inserendo la pietra focaia. C'era solo un piccolo particolare: gli accendini erano fuori legge ed erano venduti al mercato nero. C'erano dei punti di vendita che raccoglievano la “merce”. Qualche volta la staffetta era mia sorella maggiore, che all'epoca andava in quinta elementare, e nascondeva gli accendini nella sua cartella.
Per fortuna questo periodo passò presto. La mente creativa e geniale di mio padre si industriò a creare una serie di brevetti che gli hanno permesso di portare avanti la fabbrica e la famiglia.  Nel 1946 brevettò  il lucchetto antiscasso , che si serviva di un originale sistema di sicurezza, che fu poi, usato anche dalla YALE. Cominciò  a lavorare in un locale in via san Nicola da Tolentino, con un suo collega d'arma, Antonio Osta, che poi divenne il suo Direttore di Produzione ed una sola operaia, che si chiamava Antonietta. Nel 1950 si trasferì in vicoletto san Carlo alle mortelle, e lì cominciò la sua espansione. IL lucchetto antiscasso ebbe un'enorme diffusione e la fabbrica cominciò ad avere alcuni operai fino ad arrivare al  1954, quando giunse  la commessa del carcere di Poggioreale di fornire tutte le serrature da applicare alle celle. Questo ordine fu un'enorme soddisfazione per mio padre, che cominciò ad avere ordini di una certa portata. Ed ancora, sempre nello stesso anno,   brevettò la serratura da applicare a tutte le Cassette Postali delle Poste e Telecomunicazioni Italiane.. Il brevetto portava un'innovazione fondamentale nel campo delle serrature di sicurezza delle cassette postali dell'epoca.
Insomma, in qualche modo mio padre era riuscito ad imporsi per la sua capacità di introdurre nel mercato delle nuove proposte. Il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni accettò la proposta di mio padre e da quel momento in poi la fabbrica decollò fino a raggiungere circa 15 operai. Questo brevetto e' stato poi ricordato, negli ultimi anni, a seguito dell'interessamento di suo nipote, Dott. Mario Fiorentino, Direttore Generale addetto alla regolamentazione del settore postale e del Ministero dello Sviluppo Economico  ed esposto nel Museo Storico delle Poste Italiane, fondato nel 1878 ed adesso situato all'Eur.
Quasi in contemporanea nel 1956 nacque un'originalissima serratura a forma di tabacchiera per sportelli portabagagli di auto. Questo brevetto non ebbe il successo sperato. Ma la fervida fantasia di mio padre creò nel '61  la mitica serratura a sigla ITALIA, che fruttò prestigio e successo nazionale  alla sua piccola fabbrica.
Gli anni trascorsero veloci con ritmo frenetico, per la piccola fabbrica di mio padre che nei primi anni '60 si trovò a dover fronteggiare una mole enorme di ordini. A quel punto tutte le forze della famiglia vennero impiegate a dare una mano alla situazione. L'ufficio era in casa, e la contabilità condotta dal fratello di mio padre, lo Zio Gaetano, e tutti noi familiari e domestiche nel pomeriggio, contribuivamo all'impacchettamento delle serrature da inviare in giro per la crescente ITALIA degli anni del benessere e della ripresa economica . Può servire a comprendere l'atmosfera di quegli anni questo piccola memoria scritta dal primo nipote della famiglia, Luigi Fiorentino,figlio di mia sorella Amalia. Mia sorella si era già sposata e veniva qualche volta a trovarci con I suoi primi due figli, Luigi e Mario. Io , ancora giovanissima, contribuivo all' impacchettamento delle serrature da inviare la sera stessa della produzione che era avvenuta in giornata nella fabbrica.
Io ricordo la primaria Fabbrica di serrature .... ero piccolo. Non potevo scendere lì dove si creavano le mitiche serrature con le alette. Stavo con la nonna e le zie a casa. Ma anche lì l'aria era quella: era la casa delle donne della Fabbrica. Salivi le alte scale del palazzo e ti trovavi, senza saperlo, dentro. Passato un piccolo ingresso pieno di vari attrezzi e scatole ti trovavi di fronte ad una scrivania grande ed una piccola. Sulla grande c'erano tutte le carte e documenti mentre su quella piccola c'era una piccola macchina di scrivere, Olivetti mi sembra, che serviva per scrivere tutto quello che occorreva alla Fabbrica.
Ma il mio ricordo più tenero e vivo viene dalla cucina. Normalmente in una cucina si respirano odori, profumi, rumori di piatti. Lì invece io entrando trovavo le donne di casa, erano sedute attorno al tavolo, alcune in vestaglia, e lavoravano fino a sera. Quando faceva buio una tenua luce illuminava le loro mani sicure mentre impacchettavano con cura la serratura, le viti di supporto, le istruzioni e tutto quello che occorreva. Ogni tanto si fermavano e sorseggiavano un po’ di caffè. Un profumo che ho ancora nelle narici. Chiacchieravano anche ma lavoravano, con pazienza e di buona lena. Da questo posto uscivano per esser vendute le serrature di mio Nonno Mario.
Ecco, io credo che queste poche righe riescano a trasmettere l'atmosfera che abbiamo vissuto tutti noi italiani in quegli anni. L'anima del piccolo imprenditore italiano, che vive e respira la sua possibilità di affrancarsi dal bisogno e dalle memorie dei lunghi anni di sacrificio con creatività, impegno, entusiasmo e forza. Io ricordo che la fabbrica era parte della mia famiglia. Ed in effetti anche il rapporto con gli operai di mio padre era davvero familiare. Erano pochi, e quindi si conoscevano e lavoravano un po' tutti come in una piccola famiglia. Purtroppo , con il crescere della fabbrica, e con l'evoluzione che e' avvenuta verso la fine degli anni sessanta questo non e' potuto più accadere. La piccola fabbrica di mio padre e' stata anche lei inghiottita dal malessere che e' sopraggiunto con la contestazione operaia e con il decadimento della produzione FIAT. Mio padre era già così anziano da non avere il coraggio di investire nuove forze e di trasformare la fabbrichetta da una struttura familiare ad una industriale. E cosi, dopo le prime delusioni avute con il crollo delle vendite che si confrontava con la sua incapacità a trovare nuove forme di produzione e dopo le prima contestazioni che avvenivano, come era giusto che fosse, anche fra le sue maestranze, decise di chiudere la produzione nel 1969. Ma nel mio cuore di figlia e di donna che e' stata figlia del dopoguerra e della contestazione del '68, la fabbrica di mio padre e della mia famiglia resta impressa nella mia memoria in modo indelebile.
                                                                                                          Maria Bossa

lunedì 5 marzo 2012

Poesia, musica e liturgia

In questi giorni finalmente una moltitudine di persone ha pianto per la morte di un poeta , nel nostro tempo del decadimento culturale degli ultimi vent’anni che sembrava aver offuscato anche quel mondo fatto di versi, di emozioni, di sentimenti  e che Alda Merini, una delle più belle voci della poesia del novecento ,  esalta ricordandoci  che i Poeti,nel loro silenzio  fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle.
La discutibile raccomandazione della Conferenza Episcopale Italiana di non eseguire alcuna canzone di Dalla nel corso della cerimonia funebre , mi ha fatto ricordare gli anni ‘68/69 nel corso dei quali   con un gruppo di amici iniziammo l’esperienza della liturgia della Messa con canti presi dai testi di Mannerini e De Andrè  cantati dai New Trolls nell’album Senza orario e senza bandiera , con due chitarre elettriche (il mitico Sergio Ricciardi) ed una chitarra basso.
Esperienza indimenticabile apprezzata non solo dai giovani e consentita dal mitico parroco Don Franco Alfarano sempre disponibile ai nuovi  venti che proprio in quegli anni soffiavano un po’ in tutte le comunità di base sparse per l’Italia e non solo e che segnarono un momento molto importante per un dibattito nella Chiesa  troppo presto e scelleratamente soffocato.
La poesia musicata, cantata e partecipata come grande momento di preghiera, che riuscì a calamitare tantissimi giovani  poi coinvolti nelle attività della comunità.
Canzoni dai testi e musiche  di grandi Poeti come Fabrizio De Andrè  che riuscivano a suscitare emozioni e momenti di meditazione, difficilmente paragonabili con canti tradizionali seppur rispettabili.
A distanza di più di quarant’anni la lettura dello splendido  testo di Rondini ,da parte di un frate di Assisi ,mutilato e ferito dalla mancanza delle note e della voce del poeta,  ha comunque trasmesso emozione e commozione …a metà.