mercoledì 30 gennaio 2013

Proverbi napoletani sulle promesse vane

A. Altamura(18.9.1914-31.1.1980)

A trantatre anni dalla scomparsa  di Antonio Altamura, letterato e scrittore vissuto per molti anni in San Carlo alle Mortelle, tra le sue 150 pubblicazioni mi piace ricordare  Proverbi napoletani , opera pubblicata nel Dicembre del 1966, scritta con Vincenzo Giuliani, da Fausto Fiorentino, indimenticabile libraro editore che aveva sede in Calata Trinità Maggiore a due passi da Piazza del Gesù, in una elegante e raffinata edizione con disegni di Pinelli e D’Anna.
“Dal  latino probatum verbum o pro verbo, il proverbio-secondo una definizione medievale-è una “sententia brevis ad instructionem dicta,comodum vel incomodum grandis materie manifestans”, elaborata nel lungo corso dei secoli dall’esperienza collettiva e adoperata per tramandare, in forma breve e concettosa, i precetti e i sentimenti degli antichi. Nei proverbi si vuole appunto identificare la voce dei vecchi,degli antiquiores nomine, e perciò essi prendono altresì l’appellattivo di “detti” o di “motti antichi”. In questo loro carattere,che ne costituisce l’essenza stessa, si ritrova anche la loro popolarità.”
Questo estratto dalla introduzione dell’opera che, come puntualizza lo stesso Altamura, non può essere esaustiva ma un buon contributo alla ricerca di proverbi tramandati e suddivisi “per le differenti occasioni della vita umana”.
Quale occasione migliore del periodo elettorale che stiamo vivendo per citare qualche proverbio e locuzione che attengono alle Promesse vane  :

Aspiétta,ciuccio mio,ca mo’ vène ‘a paglia nòva!
Si dice quando si vuol intendere cosa che non verrà mai o tarderà molto a venire
Passato ‘o periculo,gabbato lu santo
Specie i marinai,durante la tempesta,invocano ogni santo e fanno mille promesse di ravvedimento;poi torna il sereno e tutto viene dimenticato…;lo stesso si può dire delle persone che promettono doni e riconoscenza eterna nel momento del bisogno,o le tante profferte di alcuni candidati alle elezioni,ecc.
Prumette certo e vene meno sicuro!
Si dice di fanfarone,che è solito promettere molto e mantenere poco…
Essere ricco ‘e vocca
Prometter molto e mantener poco
E’ stato vuto ‘e marenaro!
Di promessa fatta con grande facilità,ma con maggior facilità dimenticata
Féscene,fescéne tutte chiaccune
Tante corbe e solo foglie di uva:cioè raccogliere poca frutta e molte foglie,promettere molto e mantenere poco
M’haie ‘mbriacato ‘e percòche!
Mi hai riempito di chiacchiere e di promesse
‘Na dicinga a’ mesurella e chill’amico ancora dorme!
Di chi promette e non trova il modo di mantenere
Mo’ m’acquiéte cu’ ‘sti canzone!
E ora ce la fai ad abbindolarmi con le tue chiacchiere!
Trasì ‘ cu’ ‘a scòppola
Di chi riesce a entrare in un cinema o in un teatro senza pagare il biglietto

domenica 27 gennaio 2013

Ebrei a Napoli



"Nell' agosto del 1938 a Napoli si contavano 835 cittadini ebrei (484 italiani e 351 profughi stranieri), dopo il 1940 si ridussero della metà con il decreto del settembre 1938 che imponeva l' allontanamento dallo Stato di tutti gli ebrei entrati in Italia dopo il 1919, con l' eccezione degli sposati o degli ultra 65enni.

 «Allontanarli dall' Italia significava metterli in mano ai tedeschi. Il fascismo imponeva una doppia discriminazione: quella degli ebrei dagli ariani, comune alle leggi naziste, e quella fra ebreo ed ebreo. In Italia i più "meritevoli", che si erano distinti e avevano ricevuto onorificenze, potevano richiedere di essere separati dagli altri ebrei ed esclusi dalle leggi razziali.

 Molte furono le richieste a Napoli, quasi tutte respinte. Così fu anche per le richieste di abiura degli "arianizzati", che, accolte in un primo momento risultarono poi inutili, non servirono a salvarli dallo sterminio».

 «Gli Ebrei non appartengono alla razza italiana», si legge sul "Manifesto della razza", pubblicato da "Il giornale d' Italia" del 15 luglio 1938: estranei all' Italia non hanno diritto al lavoro e all' istruzione.

Cinque furono i docenti espulsi dalla Federico II e centinaia i bambini allontanati dalle scuole. Solo a una decina di quegli scolari fu concesso di frequentare le lezioni nell' unica classe mista della città, messa insieme dal direttore Muro della scuola elementare Vanvitelli del Vomero, che ammise, contro la legge, bambini di 4 e 5 anni consegnati poi ai fascisti e allo sterminio nelle camere a gas di Auschwitz."(La Repubblica.it)


domenica 20 gennaio 2013

giovedì 17 gennaio 2013

'O cippo e' Sant'Antuono


Ritengo fare cosa gradita proponendo uno stralcio di uno scritto  di Francesco De Bourcard, un editore italiano di origini napoletane di cui si hanno pochi dati biografici ed anche molto poco attendibili,pubblicato nel 1866,  sui cippi , falò di Sant’Antonio, in occasione della festività del Santo il 17 di Gennaio, vecchia usanza napoletana, riportato  nella bella e storica opera Usi e costumi di Napoli dove raccolse in circa vent’anni scritti di Francesco Mastriani, Emmanuele Rocco, Carlo Tito Dal Bono ed altri con illustrazioni di vari artisti tra i quali i fratelli Nicola e Filippo Palizzi.
I
“…Un’altra divozione che à il nostro basso popolo per S.Antuono, ma che quanto prima dovrà pure sparire per opera delle guardie municipali, si è quella d’invocare da questo Santo, nella vigilia della sua festa che viene a’ 17 del mese di gennaio, protezione contro gl’ incendi; e per fare ciò tenta ogni mezzo da produrne qualcuno, facendo in ogni strada ed in ogni vico degl’immensi  falò di legname che brucia e che vien raccolto tutto in quel giorno da’ vicini del sito in cui si vuol formare il falò: quindi scatole, botti, porte, ceste e qualunque altro soggetto di legno vecchio e consunto che possa contribuire ad accrescere il fuoco è portato da’ vicini o gittato da’ balconi e dalle finestre in onore di S.Antuono .

Di tutto poi vien formata  una immensa pira o rogo, a cui sull’imbrunire della sera si appicca il fuoco, il quale deve consumarsi tutto fino a diventar cenere.

Tutto ciò forma la baldoria de’ monelli della strada ed il diletto di tutto il vicinato, che deve chiudere le finestre e i balconi per non restare vittima delle grandi colonne di fumo che ammorbano l’aria e per evitare qualche miracolo che potesse fare il Santo con qualche scintilla che introducendosi in casa vi appiccasse veramente il fuoco.
Abbenchè però in tutte queste nostre usanze si scorgesse quasi sempre una derivazione degli antichi costumi Greci o Romani ed abbenchè pure ve ne fossero ancora alcune che, per il loro tipo originale e caratteristico napolitano, tornassero sempre bene accette al curioso viaggiatore, pur tutta volta, per la civiltà de’ tempi e pel progresso, esse andranno a poco a poco a sparire dalla briosa città di Napoli, come con la istruzione del popolo sparirà ancora la sua superstizione;e sarà allora che questo libro rimarrà come un semplice documento storico nelle biblioteche.

Francesco de Bourcard



Il questuante, nel presentarsi alla porta del nostro popolano,comincia a suonare il campanello di ottone che tiene in una mano  ; e lo suona durante tutto il tempo che recita questa specie di preghiera in cattivi versi e nel dialetto napolitano:

Sant’Antuono abbate e potente

Libera sti devote da male lengue

Da fuoco de terra e da mala gente!

Mamma de la potenza

Dalle aiuto, forza e provvidenza

 E lo santo timore de Dio

Indi fa baciare la figura del Santo, che trovasi sul cassettino, dive si getta l’obolo per la elemosina. Poi, se mai  nella casa dell’operaio vi è qualche bimbo lattante, la madre fa bere un poco di acqua al fanciullo nel campanello del questuante,credendo così che il bimbo giunga a parlare presto e spedito. Questa è una delle tante superstizioni di cui abbondava il nostro basso popolo e di cui non ancora trovasi scevro del tutto,  nonostante il progresso e la civiltà de’ tempi:pur nulladimeno esse sono di gran lunga scemate e la istruzione popolare,di cui già si vede buon frutto, non tarderà a disperderle affatto….. (Francesco De Bourcard) 


Marcello Colasurdo nella Chiesa di S. Antonio abate


a Cicciano



sabato 5 gennaio 2013

I giochi, i bambini, la Befana


I cortili, i vicoli,  i giardinetti del Corso alle dieci del mattino del sei gennaio erano tutti un luccichìo di biciclette ,tricicli,monopattini,carrozzini, bambini vestiti da indiani e cow boys con archi e pistole , segno che la Befana aveva svolto il suo compito.

Il ritrovarsi in cortile, ai giardini pubblici era un atto di normalità perché i luoghi all’aria aperta erano quelli deputati al divertimento,ai giochi ,all’incontro con gli altri bambini per giocare assieme anche solo guardandosi.

Quei luoghi sono ormai regno incontrastato per il parcheggio delle auto,dei motocicli e assolutamente inibiti ai bambini che i loro giochi devono goderseli tra le quattro mura di una stanza tre per tre o magari davanti alla televisione con i videogiochi , senza possibilità di confronto con gli altri.

Anche i vicoli,le piazze dei nostri quartieri, sempre pieni di bambini, dove la strada era lo spazio inesistente al coperto, dove per giocare bastava un gessetto per  la settimana , due sacchetti dell’immondizia per segnare la porta delle due mini squadre di pallone, poche bottiglie per  fare lo slalom con la bicicletta, ‘o carruòciolo ( base di legno su quattro rotelle, sulla quale i ragazzi correvano per le strade in discesa); a proposito di carruòciolo, nei miei anni trascorsi a Verona ,ho conosciuto un campione nazionale di corse su carretti costruiti in maniera meno artigianale ma con la stessa logica al quale ho consigliato di consultarsi con qualche mia vecchia conoscenza sui quartieri di Napoli  per qualche consiglio tecnico…

Neanche più la strada ormai regno delle lamiere con quattro ruote e troppa gente tollerante con  motori e motorini e  non con le grida e la presenza  dei bambini.

Con la riscoperta del lungomare finalmente libero dalle auto e restituito a grandi e piccoli per sane passeggiate a piedi o in bicicletta, si è tornati in strada; via le auto, i motori  ed ai bambini qualche spazio in più per giocare,  più liberi, più occasione di  incontrare altri bambini per giocare fuori dalle quattro mura , non più in stato di isolamento, segno che quando si creano opportunità di utilizzo di spazi prima o poi vengono utilizzati al punto che con le belle giornate non si riesce neanche più a camminare a piedi.

La povera vecchia Befana ancora in uso in qualche parte del Paese è passata in second’ ordine sopraffatta dal più popolare Babbo Natale e alla povera vecchia non  resta  che qualche residuo regalo da consegnare, certa che quanto prima andrà in pensione, Fornero permettendo.

venerdì 28 dicembre 2012

2013 carico di speranza


E’ stato un anno difficile, molto difficile non  per tutti,  per le persone normali, per quanti hanno perso il posto di lavoro,per quanti giovani sono ancora nell'affannosa ricerca di un posto di lavoro, per quanti hanno dovuto chiudere le proprie attività, per quanti con difficoltà hanno dovuto ulteriormente stringere la cinghia, accettare lavori precari e magari essere anche oggetto di ricatti per essere retribuiti anche se in nero.

E’ stato un anno nel quale la nostra comunità è stata attraversata dal dolore per la perdita di persone che in un certo modo sono state  patrimonio non solo delle loro famiglie ma anche di quanti hanno condiviso momenti di gioia,di sofferenze, di vita e la partecipazione anche attraverso questo piccolo strumento di comunicazione, che proprio in questi giorni ha superato i 9.000 contatti, ne è stata la prova più evidente degli affetti silenziosi che talvolta si manifestano proprio in queste circostanze .

E’ stato un altro anno di chiusura della Chiesa parrocchiale in attesa dei lavori di consolidamento che come annunciato dal Parroco dovrebbero cominciare  e concludersi nel prossimo anno; notizia confermata anche dalla Senatrice Annamaria Carloni, che ringrazio per il cortese interessamento, che ha fatto sapere che il rallentamento delle procedure è da imputarsi  al commissariamento della Società Arcus e che la convenzione è stata firmata e il bando e l’avvio dei lavori dovrebbero essere completati per il 2013.

La chiusura della Chiesa e lo stato vergognoso di abbandono che ha trasformato parte della storica facciata in ricovero personale, seppur  nella comprensione del grave disagio, è intollerabile per il mancato intervento delle strutture di assistenza comunale e degli uffici competenti per restituire un minimo di decenza.

Mi auguro che l’avvio dei lavori possa coincidere con un piano di recupero almeno della piazza il cui degrado condiziona la vivibilità ed offende la memoria storica di un patrimonio comune.

Che le speranze e le aspettative di voi tutti possano trovare una concreta realizzazione nel 2013.

Auguri a tutti.
   

lunedì 24 dicembre 2012

Auguri dal cuore di don Tonino Bello


Le parole del mai dimenticato Don Tonino Bello, della Chiesa che ci piace,ritengo siano le più belle da dedicare a quanti di voi seguono questo Blog.  Auguri !


Se mi fosse concesso di lasciare nella mezzanotte il trasognato rapimento della liturgia, e aggirarmi per le strade della città, e bussare a tutte le porte, e suonare a tutti i campanelli, e parlare a tutti i citofoni, e dare una voce sotto ogni finestra illuminata, vorrei dire semplicemente così:

Buon Natale, gente! Il Signore è sceso in questo mondo disperato. E all'anagrafe umana si è fatto dichiarare con un nome incredibile: Emmanuele! Che vuol dire: Dio-con-noi. Coraggio! Ai tempi di Adamo, «egli scendeva ogni meriggio nel giardino a passeggiare con lui» (Gn 3,8). Ma ora ha deciso di starsene per sempre quaggiù, perché non si è ancora stancato di nessuno e continua a scommettere su di noi.

Mi chiedo, però, se questi auguri, formulati così, magari all'interno di un piano-bar, o di una sala-giochi, o di una discoteca, o di un altro tempio laico dove la gente, tra panettoni e champagne e luci psichedeliche, sta trascorrendo la notte santa, siano capaci di reggere il fastidio degli atei, lo scetticismo degli scaltri, il sorriso dei furbi, la praticità di chi squalifica i sogni, il pragmatismo di chi rifiuta la poesia come mezzo di comunicazione.

Mi domando se gli auguri di Natale formulati così, magari all'interno della Stazione Centrale dove tanta gente alla deriva trova riparo dal freddo notturno nella sala d'aspetto (ma senza che aspetti più nulla e nessuno)..., faranno rabbia o tenerezza, susciteranno disprezzo o solidarietà, provocheranno discredito o lacrime di gioia.

Mi interrogo come saranno accolti questi auguri dalla folla dei nuovi poveri che il nostro sistema di vita ignora e perfino coltiva. Dagli anziani reclusi in certi ospizi o abbandonati alla solitudine delle loro case vuote. Dai tossico-dipendenti prigionieri di una insana voluttà di autodistruzione. Dagli sfrattati che imprecano contro il destino. Dagli ex carcerati che non trovano affetto. Dai dimessi degli ospedali psichiatrici che si aggirano come larve. Dagli operai in cassa integrazione senza prospettive. Dai disoccupati senza speranze.

Da tutta la gente, insomma, priva dell'essenziale: la salute, la casa, il lavoro, l'accesso alla cultura, la partecipazione.
Mi domando che effetto faranno gli auguri di Natale, formulati così, su tanta gente appiattita dal consumismo, resa satura dallo spreco, devastata dalle passioni. Sulla moltitudine di giovani incerti del domani, travagliati da drammi interiori, incompresi nei loro problemi affettivi. Sulle folle di terzomondiali che abitano qui da noi e ai quali ancora, con i fatti, non abbiamo saputo dimostrare di esser convinti che Gesù Cristo è venuto anche per loro.

Mi chiedo per quanti minuti rideranno dinanzi agli auguri di Natale, formulati così, coloro che si sono costruiti idoli di sicurezza: il denaro, il potere, lo sperpero, il tornaconto, la violenza premeditata, l'intolleranza come sistema, il godimento come scopo assoluto della vita.

E allora? Dovrei abbassare il tiro? Dovrei correggere la traiettoria e formulare auguri terra terra, a livello di tana e non di vetta, a misura di cortile e non di cielo?

No. Non me la sento di appiattire il linguaggio. Sono così denutrite le speranze del mondo, che sarebbe un vero sacrilegio se, per paura di dover sperimentare la tristezza del divario tra la formulazione degli auguri e il loro reale adempimento, mi dovessi adattare al dosaggio espressivo dei piccoli scatti o dovessi sbilanciarmi sul versante degli auspici con gli indici di prudenza oggi in circolazione.

Anzi, se c'è una grazia che desidero chiedere a Gesù che nasce, per me e per tutti, è proprio quella di essere capace di annunciare, con la fermezza di chi sa che non resteranno deluse, speranze sempre eccedenti su tutte le attese del mondo.

Buon Natale!
                           Don Tonino Bello - Vescovo

domenica 23 dicembre 2012

Ricordo di un amico


“Volevo informarvi tutti che oggi babbo dopo aver passato una magnifica giornata con tutti noi figli per il compleanno di mia sorella..di ritorno a casa...saliti a casa serenamente...CI HA SALUTATO.......IL SUO GRAN CUORE SI è FERMATO...UNIAMOCI IN PREGHIERA...VI RINGRAZIO.”Paolo Longano
Amedeo Longano
Erano le 18,30  di ieri quando è squillato il mio cellulare , ho risposto come al solito faccio con Paolo, scherzando, ma un attimo di silenzio e poi la sua voce straziata dal dolore , la sua preoccupazione, come sempre per gli altri, per la mamma, le sorelle,i fratelli,gli zii…come faranno a sopportare questo dolore?

Paolo è l’amico che ha voluto raccontarsi negli articoli-intervista apparsi l’uno e tre dicembre su questo Blog, figlio del caro Amedeo che aveva superato brillantemente una difficile operazione  alcune settimane fa per motivi che nulla avevano a che fare con il suo cuore.

Amico di tutti, figli e nipoti stupendi uniti in un’unica famiglia con il grande amore di mamma Iole.

Amico dei giorni migliori della gioventù,della spensieratezza,del  grande amore per la compagna della sua vita, per la famiglia,per i fratelli Costantino e Alberto e le sorelle Melina e Adele, una generosità ed un garbo fuori dal comune.

Ti ricorderemo sempre con il tuo bel sorriso,con la tua simpatia, con i grandi valori vissuti non a parole ma concretamente.

Un caro saluto nella pace e serenità del Natale.

martedì 18 dicembre 2012

La vigilia


Mangiato l’ultimo anello di calamaro, se ancora è sopravvissuto  qualche morbido filetto di spigola in bianco rigorosamente inondato di limone e un filo d’olio, fatto apposta per chi la frittura proprio non la può gustare ,  è il boccone migliore e prelibato  per chiudere con le portate marine prima di procedere con “erbaggi,le verdure,i frutti,la dolcezza vegetale,il tributo della campagna,l’offerta delle pianure e dei boschi” come scriveva la Serao.

Prima d’ogni cosa l’insalata di rinforzo: cavolfiore bollito tagliato in piccole porzioni, peperoni piccanti (papaccelle), alici salate ,olive nere di Gaeta, olive bianche, capperi (variante del tutto personale), sale, olio ed un po’ d’aceto bianco.

Broccoli scaldati conditi con sale,olio e limone prima della pizza di scarole: verdura bollita in olio soffritto con aglio,capperi, olive di Gaeta snocciolate,acciughe spinate e pinoli.

Sciolto il solito enigma se prima la frutta fresca o quella secca, si dava corso senza esitazione alcuna, a far girare la cesta con le noci rigorosamente di Sorrento,nocciole e mandorle, fichi secchi , castagne del prete, prugne e datteri.
Arance e mandarini profumavano l’aria intrisa di odore di frittura e fumo di sigaretta per fare spazio ai dolci tipici di Natale : roccocò,mustacciuoli,raffiuoli,e susamielli per chiudere in bellezza con gli struffoli e panettone.

A questo punto tutto era affidato al nocillo fatto in casa o ad un amaro dell’Abazia di Montecassino o alla magnifica Strega Alberti di Benevento  ed al caffè fatto con la napoletana  che dovevano compiere miracoli per una sana e buona digestione.


da Aria di Natale di Matilde Serao

“…Allora entrano in campo gli erbaggi,le verdure,i frutti,la dolcezza vegetale,il tributo della campagna,l’offerta delle pianure e dei boschi. I monticelli dei broccoli verdi, il cui fiore sembra un merletto rilevato,guardano con disprezzo l’umile e piccola cicoreia,raccolta in gruppetti, su cui brillano le gocce dell’acqua; i cavoli bianchi, grossi e serrati, pare che vogliano scoppiare dal loro involucro di foglie verde-chiaro,mentre quelli neri si confondono coll’oscurità, quasi desiderosi di solitudine. L’ ondulazione dei lumi, il passaggio delle persone e dei carri,il getto improvviso di un razzo,lombra che sopraggiunge, danno a questo spettacolo qualche cosa di fantastico: le proporzioni s’ingrandiscono, il senso della realtà si perde e vi sembra di camminare in mezzo ai prati di maggiorana e di trifoglio, fra due siepi di verdura,mentre in fondo,come orizzonte,si accende la fiamma gialla di una piramide di aranci, ricordo dei tramonti siciliani. Vi giunge al cervello il profumo acuto delle mele, capace di ubriacare; quello più dolce, quasi più vecchio, delle pere serbate per l’inverno  e l’effluvio sottile,leggero ed esilarante dei mandarini;quando un odore più forte,più sano , li scaccia tutti per prenderne il posto e regnare solo…”


lunedì 17 dicembre 2012

La cena della Vigilia


La  vigilia di Natale era una delle  rare occasioni per organizzare una cena come realmente si desiderava, per gustare pietanze che ci si poteva permettere solo in altri rari momenti, alcune volte la Domenica ma mai tutte assieme, come tutte assieme si riunivano le famiglie con  genitori,nonni,nipoti, le immancabili zie signorine (‘e zitelle), mai meno di una decina di persone.

La stanza da pranzo, quella delle grandi occasioni, con il tavolo rettangolare allungato ad ambo i lati, i mobili  addobbati con ogni ben di Dio, insalata di rinforzo,broccoli al limone, pizza di scarole,il baccalà in bianco,arance e mandarini profumati, dolci tipici natalizi ed il gran vassoio o cesta con la frutta secca d’ogni tipo, ‘e sciòsciule, pronte per il gran finale.

Il presepe e l’albero illuminati, un profumo misto di frittura di pesce e di vongole veraci in olio bollente insaporito d’aglio pronte per essere immerse nei vermicelli; solite discussioni tra i sostenitori dei vermicelli in bianco e i…sì ma con un pomodorino schiattato ; io sono per la corrente di pensiero dell’assoluta incontaminazione del pesce di qualsiasi specie con altri sapori che ne modifichino anche se minimamente  il sapore.

Vermicelli  fumanti in tavola inondati di prezzemolo  ed una spruzzatina di pepe e subito cala il silenzio, un silenzio assoluto che dura solo  pochi minuti, il tempo di un 45 giri di Peppino Di Capri o Modugno o anche Dallara.

In attesa  della frittura del baccalà e del capitone che  andavano  mangiati  rigorosamente bollenti, la recita della poesia  del più piccolo o dei più piccoli della famiglia, sovente ripetuta dall’inizio più volte e l’applauso finale , chiaro segnale di ripresa della cena con la frittura di calamari e gamberi, capitone e baccalà e qui i 45 giri bisognava litigare per chi doveva cambiarli.

Dimenticavo il vino, chiaramente il rosso o il bianco sfuso do canteniére Manzo di vico Mortelle o la pessima bottiglia di Folonari regalo di chi proprio bene non ti voleva.

Per il resto….alla prossima

Da Il Natale in Napoli di Francesco Mastriani

“…I cibi di rito della cena della vigilia sono i vermicelli, il cavol fiore,i pesci di ogni specie, e massime il capitone e l’anguilla,gli struffoli (pasta dolce con miele e tagliuzzata) i mostaccioli,i susamielli,ogni sorta di seccumi,le ostriche ed altri camangiari di magro, che s’imbandiscono a seconda del gusto e dell’agiatezza delle famiglie….”



sabato 15 dicembre 2012

Il ricordo

Luigi Uzzo (7.3.1943-22.4.1990)


Nella foto..il mio carissimo e indimenticabile Amico LUIGI UZZO, ...dal quartiere dei veterani ai ragazzi di "zietta Liù" al grande teatro di Eduardo. Gigi, sei rimasto nei nostri cuori !!!!!!

Costantino Longano





giovedì 13 dicembre 2012

Santa Lucia



Santa Lucia Luntana 

« Partono 'e bastimente
pe' terre assaje luntane...
Cántano a buordo:
só' Napulitane!
Cantano pe' tramente
'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule
lle fa vedé...
E.A.Mario - (5.5.1884 - 24.6.1961)
Santa Lucia!
Luntano 'a te,
quanta malincunia!
Se gira 'o munno sano,
se va a cercá furtuna...
ma, quanno sponta 'a luna,
luntano 'a Napule
nun se pò stá!
E sònano...Ma 'e mmane
trèmmano 'ncoppe ccorde...
Quanta ricorde, ahimmé,
quanta ricorde...
E 'o core nun 'o sane
nemmeno cu 'e ccanzone:
Sentenno voce e suone,
se mette a chiagnere
ca vò' turná...
Santa Lucia,
............
Santa Lucia, tu tiene
sulo nu poco 'e mare...
ma, cchiù luntana staje,
cchiù bella pare...
E' 'o canto de Ssirene
ca tesse ancora 'e rrezze!
Core nun vò' ricchezze:
si è nato a Napule,
ce vò' murí!
Santa Lucia,

mercoledì 12 dicembre 2012

Quando era Natale


Non c’è più la Napoli di Mastriani, questo straordinario scrittore, vissuto nella casa paterna in via Concezione a Montecalvario, 52  prima di trasferirsi alla salita Infrascata, che ha saputo più d’altri cogliere gli aspetti più profondi della Napoli del suo tempo, dell’’800. La descrizione che fa del periodo natalizio a Napoli , della quale ne riporto a parte un piccolo estratto,  è, anche se con toni diversi, quello impresso nei miei ricordi degli anni dell’infanzia,dell’adolescenza.

Le strade dei quartieri, il mercato del pesce di via Santa Brigida, erano tutto un grande addobbo, una immensa esposizione dei prodotti di terra e di mare , grandi parate ,proprio come ben descrive il Mastriani, con luci prodotte da lampadine giganti, fino a notte e tutto restava in esposizione con la veglia del padrone o di suoi familiari. Le vasche in legno verniciate d’azzurro all’esterno, con acqua corrente, piene di capitoni ed anguille, le parate  all’esterno delle salumerie con ogni ben di Dio, e quelle dei fruttivendoli con gli agrumi a farla da padrone. Era come una gara tra commercianti della stessa strada, dello stesso quartiere, la salumeria di Don Ciro ed Enzo con quella più grande dell’altro Ciro, Marchitelli, i fruttivendoli  Don Ciccillo prima ambulante in via San Carlo alle Mortelle e poi nel negozio di piazzetta Mondragone con addobbi che arrivavano al di sotto del balcone del primo piano, le vetrine delle pasticcerie da Miranda a Taranto e alla magnifica pasticceria Principe al Corso con l’ esposizione dei dolci tipici : roccocò, pasta reale, cassate, cassatine, mustacciuoli, raffiuoli, struffoli e panettoni Motta e Alemagna.
Una gran festa che durava dall’Immacolata ai primi di Gennaio,una gran festa che si è andata spegnendo negli anni e non  solo per motivazioni dovute alla crisi, perché negli anni del Mastriani, negli anni della nostra adolescenza le risorse non erano poi così abbondanti, per niente, ma c’era uno spirito di semplicità e tanta voglia di vivere tutto ciò che realmente contava per star bene con se stessi e con gli altri ma il discorso è ben più ampio……
(Na,23.11.1819-Na,7.1.1891)

Da Il Natale in Napoli di Francesco Mastriani

“…Fin da’ princìpi della novena di Natale i venditori di frutte fanno la così detta parata,vale a dire che davanti alle loro botteghe innalzano un edificio di seccumi e di frutte fresche;le colonne di questo tempio sono circondate di frondi, e spesso alberi  giganteschi ne sostengono la mole;nell’interno di questo recinto tu scorgi trofei di uva e di mele,archi di uve passe, stelle di fichi secchi,piramidi di agrumi, baldacchini di noci e di vecchioni,ed una formidabile artiglieria di pine. Accanto a questi magnifici parati si spiegano le ceste de’ pescivendoli, nelle quali vedi guizzare il sire de’ pesci del Natale, il capitone con sua moglie l’anguilla, e poi cernie,calamaretti,cefali,cefali,lagoste,merluzzi,e tutta quanta la generazione degli abitanti del mare. Più lungi i volatili di ogni specie vengono a pagare con la loro vita il tributo alla più grande e solenne delle feste napoletane: migliaia e migliaia di capponi,ligati pe’ pedi a gruppi,ingombrano quasi tutte le vie della Capitale, destinati a funzionare sulle mense la mattina del Santo Natale……….

...La mattina della Vigilia di Natale Napoli non è che una immensa cucina, siccome la sera non è che un immenso banchetto. Quasi ad ogni canton di strada vededi un arsenale di tronaro vale a dire, un venditore di fuochi di artificio .Tutt’i trovati de’ moderni artiglieri non reggono al paragone delle botte  inventate per festeggiare il Natale: ce n’è di ogni dimensione, di ogni nome di ogni forza,di ogni rumore e di ogni colore. Fulmini innocenti, nunzi di pace e no in di guerra,il folgore e il tuono primeggiano tra i colpi ….”