La voragine del Settembre 2009
sabato 14 aprile 2012
venerdì 13 aprile 2012
Settimana della Cultura e lentezza delle Istituzioni
Eretta nel 1616 su progetto del Sacerdote Barnabita Giovanni Ambrogio Mazenta che successivamente affidò il progetto all'Architetto napoletano Giovanni Cola di Franco.
All'interno dipinti di Antonio De Bellis raffiguranti momenti della vita si San Carlo Borromeo.
La facciata fino al 1730 fu lasciata grezza ed i lavori di realizzazione della stessa iniziati nel 1730 su progetto di Enrico Pini allievo del Sanfelice.
Decorazioni e stucchi di Giuseppe Scarola e dello scultore Domenico Catuogno.
Il 23 Settembre del 2009 si aprì un'ampia voragine all'interno della Chiesa facendo crollare parte della pavimentazione di fine '700.
La Chiesa è chiusa e non risultano lavori in corso
La facciata fino al 1730 fu lasciata grezza ed i lavori di realizzazione della stessa iniziati nel 1730 su progetto di Enrico Pini allievo del Sanfelice.
Decorazioni e stucchi di Giuseppe Scarola e dello scultore Domenico Catuogno.
Il 23 Settembre del 2009 si aprì un'ampia voragine all'interno della Chiesa facendo crollare parte della pavimentazione di fine '700.
La Chiesa è chiusa e non risultano lavori in corso
Questo è il post del 9 Aprile dello scorso anno pubblicato su questo Blog in occasione della scorsa edizione della Settimana della Cultura.
A distanza di un anno non è cambiato nulla, come confermatomi dal Parroco P. Mimmo, la cifra stanziata l’anno scorso non è stata ancora erogata nonostante i passi fatti presso gli Enti interessati per sollecitare l’avvio delle opere di consolidamento e di restauro.
Alcuni amici più sensibili all’argomento mi hanno comunicato che in questi giorni si costituiranno in un comitato al quale sono stato invitato a partecipare per esercitare le opportune pressioni per lo svincolo dei fondi stanziati ed anche per definire la sistemazione della piazza attualmente in condizioni penose.
Saranno interessate tutte le Istituzioni competenti a cominciare dalla Municipalità della zona che dovrà dare il suo fattivo contributo.
Questo deve essere l’impegno ed il sostegno di quanti hanno a cuore il recupero di un gioiello dell’arte barocca, il legittimo utilizzo della Chiesa da parte dei fedeli e la sistemazione della piazza nel rispetto della sua storia.
lunedì 9 aprile 2012
domenica 8 aprile 2012
Una serena Pasqua di fiducia e di speranza
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| opera de il Tintoretto |
Una serena Pasqua a tutti in un momento di grande difficoltà per la maggioranza delle famiglie, di quanti da tempo cercano un lavoro, di quanti non hanno più un lavoro, dei giovani sfiduciati e mortificati dalla mancanza di politiche per l’occupazione e lo sviluppo, delle categorie più deboli, dei diversamente abili e delle loro famiglie lasciate sempre più sole con sempre meno tutele, degli anziani,dei pensionati sacrificati in nome della difesa dei grandi patrimoni ,dei grandi potentati.
Una serena Pasqua di fiducia e di speranza
sabato 7 aprile 2012
venerdì 6 aprile 2012
Venerdì Santo
“… Sul piedistallo, sotto i cuscini,questa iscrizione: Joseph Sammartino, Neap.,fecit,1753. E più nulla. Cioè no sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere,che non cela la piaga, ma la molce, che non copre lo spasimo, ma lo addolcisce. Sopra un corpo di marmo che sembra di carne, un lenzuolo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Niente manca dunque,in questa profonda creazione artistica: e vi è il sentimento che fa palpitare la pietra, turbando il nostro cuore, e v’è l’audacia del creatore che rompe ogni regola,e v’è il magistero di una forma eletta, pura ,squisita, Quel corpo morto era poc’anzi vivo, si contorceva nelle angosce di un’agonia spaventosa, giovane e robusto si ribellava al male, si ribellava alla morte. Non vi era sfinimento, non vi era abbattimento: le fibre non volevano morire,il corpo non voleva morire. Ma sotto le pieghe del lenzuolo, la testa ha un carattere stupendo:la fronte liscia ha un vasto pensiero;piangono gli occhi, è vero,pel cruccio fisico, ma le labbra schiuse hanno una traccia di sorriso, che è un’indefinita speranza. E’ vero,è vero, il dolore è passato dal corpo all’anima; è vero, l’anima è contristata, ma non è disperazione, ma non è desolazione. L’anima come la bocca è abbeverata di fiele, ma una goccia di consolazione v’è stata. Tutto quel Cristo è un dolore supremo, ma è anche una suprema speranza,…” (Matilde Serao)
mercoledì 4 aprile 2012
Lo Struscio del Giovedi Santo
L’ultimo rintocco delle campane per un silenzio fino alla notte tra il Sabato e la Domenica di Pasqua, era il segnale dell’inizio dei giorni della Passione per i Cristiani ed anche per quanti non praticanti si trovavano comunque coinvolti in un clima misto di tristezza e di preparazione alla festa.
Al termine della Liturgia del Giovedì Santo , dopo la simbolica lavanda dei piedi e l’avvio dell’adorazione del Santissimo, presso uno degli altari laterali addobbato per l’occasione con drappi ,piante, fiori e candele mentre tutt’intorno statue di santi e crocefissi coperti con stoffe color viola.
All’uscita della Chiesa ci si organizzava per scendere giù Toledo dove l’antico rito dello struscio ( che ebbe inizio il 18 Marzo del 1704 al tempo di Re Ferdinando IV) era ormai cominciato con la chiusura della strada che da piazza Carità fino a piazza Trieste e Trento era tutto un fiume di persone che con il rumore delle scarpe strisciate per terra, con il camminare lento per la gran folla, per l’indugiare davanti alle vetrine, davanti alle Chiese dove entrare e compiere il rito dei sepolcri , sempre in numero dispari, non meno di tre che i più pigri o gli anziani rispettavano entrando ed uscendo dalla Chiesa più vicina tre,cinque,sette volte.
Tutte le Chiese restavano aperte fino alla mezzanotte che negli anni 60/70 era già considerata notte fonda e, quindi, un buon pretesto per la nostra generazione per far saltare le rigidità di orario di rientro in particolare delle ragazze che con la scusa del giro dei sepolcri preferivano frequentare i luoghi abituali per gli incontri con la propria comitiva o con il proprio ragazzo del momento, il tradizionale struscio era il rito delle coppie stabili o di quante/i ancora in stato di libertà e fuori dai gruppi.
Oggi ad ampliare considerevolmente la zona dello struscio con una maxi zona ZTL c’ha pensato il Giggino Primo Cittadino , dove non è necessario strusciare ma soltanto passeggiare e per gli accaniti delle auto solo incazzarsi e maledire il Re Ferdinando IV dei nostri tempi.
‘O STRUSCIO
Giovedì Santo ‘o struscio è nu via vaie:
Tuledo è chiena ‘gente ‘ntulettata,
ca a pede s’hadda fa ‘sta cammenata,
pe mantenè n’usanza antica assaie.
-Mammà, ci andiamo? – Iammo.Ma che faie?
-Vediamo due sepolcri e ‘a passeggiata-
E ‘a signurina afflitta e ‘ncepriata
Cerca ‘o marito can un trova maie.
‘A mamma areto,stanca,pecchè ha visto
Ca st’atu struscio pure se né ghiuto,
senza truvà chill’atu Ggiesucristo,
s’accosta a’figlia:-Titinè,a mammà,
cca cunzumammo scarpe.-l’ho veduto!
E me l’hai detto pure un anno fa!
Raffaele Viviani
sabato 31 marzo 2012
Un sogno possibile
I sogni son desideri, cantava Cenerentola nel famoso film di Walt Disney nel 1950, un canto simbolo del potere dei sogni che talvolta si trasformano in realtà.
Questa volta non è la bella Cenerentola ma il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris che nel corso di una trasmissione della popolare Radio Kiss Kiss ha voluto confessare un suo sogno : trasformare le splendide scale che dalla collina del Vomero portano nel cuore della città in percorsi dell’arte e per quelle del Petraio un sogno in più, farne una piccola Montmartre con librerie, artisti di strada, arte e cultura.
Ma il sogno di trasformare e vitalizzare le scale del Petraio, che forse anche il giovane Sindaco, come tanti di noi della zona, ricorda anche come percorso degli innamorati , non può fermarsi al Corso Vittorio Emanuele ma deve obbligatoriamente coinvolgere il percorso di San Carlo alle Mortelle che porta ai quartieri Spagnoli, nel centro storico, verso Monte di Dio dove in piazza Santa Maria degli Angeli è in fase di costruzione una stupenda stazione della Metropolitana , nel cuore di Chiaia.
Questo sogno mi ha riportato a quanti amici ancora vivono in zona e quel sogno ,riferito alla piazza, qualcuno ha cominciato da tempo a verificarne le possibilità almeno per una sua riqualificazione dopo la ristrutturazione della bella Chiesa del Mazenta e della facciata dello storico stabile contiguo.
Non dovrebbe essere ricompreso nei sogni della bella Cenerentola ma un progetto alquanto possibile che si spera quanto prima di poter ufficializzare.
San Carlo alle Mortelle sul percorso dell’arte e della cultura non sarebbe affatto una novità ma un doveroso atto di recupero di memoria storica possibile soltanto se lo si vorrà.
E’ complicato ma possibile.
sabato 24 marzo 2012
La pastiera
Nei profumi che nella Settimana Santa invadevano le nostre case, in particolare tra il Giovedì ed il Venerdì, oltre il casatièllo che ha riscosso consensi inaspettati , in particolar modo dagli amici che vivono lontano da Napoli , non può mancare quello che era ed ancora è l’atto finale di un rito della tradizione della nostra tavola nel giorno di Pasqua : la pastiera.
Questo dolce le cui origini antichissime difficilmente attribuibili ad un’epoca specifica trova però d’accordo un po’ tutti gli studiosi della materia nell’individuare nell’antico monastero di San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli, delle suore Crocifisse , di fianco ad uno dei gioielli del barocco napoletano, la stupenda Chiesa di Santa Patrizia, nella strada dei pastori, la nascita della pastiera nella versione attuale ad opera di una suora.
E non c’è da dubitare su questa versione ben conoscendo la grande attenzione all’arte della cucina che da sempre alberga nei conventi sparsi per il nostro Paese.
Il profumo dell’acqua di fiori, elemento indispensabile, che riporta all’atmosfera della primavera ed ai suoi profumi, sembrava stabilizzarsi in casa nei giorni antecedenti la Pasqua, in un misto di dolce e salato, tra salami, ricotta salata e soppressata calabrese, il tutto in un clima di rigoroso rispetto del divieto di mangiare simili pietanze dal Giovedi alla mezzanotte di Sabato fino al suono delle campane.
E’ forse difficilmente comprensibile da parte della generazione dei nostri figli il valore di talune tradizioni che erano anche occasione di consumare pasti più succulenti, pietanze che solo in quel periodo si aveva la possibilità di gustare; era impensabile mangiare il casatièllo a novembre,gennaio oppure la pastiera a giugno,luglio.
Questo particolare dolce dalle caratteristiche così particolari e personali che credo sia talmente unico che nessuno potrà mai dire di aver mangiato una pastiera uguale ad un’altra, con l’identico sapore, con lo stesso profumo; al pranzo di Pasqua non ricordo di aver mai assaggiato una sola pastiera.
I pranzi pasquali consumati mai da soli ma sempre con i nonni, l’immancabile zia vedova o nubile , la signora sola dell’appartamento sullo stesso pianerottolo, con la propria pastiera che doveva obbligatoriamente essere assaggiata : mai una uguale ad un’altra.
E’ uno di quei dolci che difficilmente veniva acquistato, era prodotto in casa non solo per ragioni economiche, ma che le pasticcerie che circondavano la nostra zona come Taranto, Miranda ma soprattutto Principe ponevano in bella mostra nelle loro vetrine ed erano facilmente individuabili dal sapore di provenienza non domestica, eccessivamente aromatiche.
Pastiera
Ingredienti
350 gr.di grano bagnato,7 dl di latte,300 gr.di zucchero, sugna,vaniglia, 1 buccia d’arancia o di limone, 500 gr. di ricotta,6 tuorli d’uovo,4 albumi, canditi, cannella, pasta frolla per 8 persone.Cuocete nel latte il grano bagnato con la buccia di un’arancia o di limone,la vaniglia ed un cucchiaio di zucchero. Mettete in una terrina la ricotta insieme al grano, allo zucchero,alla cannella ed ai canditi;formate un composto omogeneo con i tuorli e gli albumi montati a neve. Con la pasta frolla foderate una teglia e versatevi tutto il ripieno; con dell’altra pasta modellate delle striscioline che sistemerete a rombi sulla torta. Cuocete in forno fin quando la superficie non risulterà dorata: Servitela qualche giorno dopo la cottura.(Frijenno Magnanno – Prisma libri)
giovedì 15 marzo 2012
Tradizioni pasquali : 'o Casatiéllo
Nella perenne corsa della vita, con le esigenze commerciali di anticipare sempre i tempi in ogni occasione si presenti, nonostante il carattere sempre più pagano di talune festività dell’anno, anche Pasqua mostra già i segni della sua prossima presenza con le solite uova di ogni dimensione.
Anche la rete sembra voler anticipare i tempi con foto provocatorie di rustici,dolci e piatti tipici dell’occasione che a Napoli ancora fanno parte di un rito, di una tradizione irrinunciabile.
Questa mattina è apparsa su FB, non più tardi delle nove, la foto di un casatièllo, rustico tipico della cucina napoletana ,che ha calamitato l’interesse compiaciuto e quasi morboso di tanti amici colpiti dall’apparizione e dalla voglia di conoscere, da parte dei non napoletani, dove fosse possibile acquistarlo.
Orrore, parola impronunciabile per la generazione delle nostre mamme che mai avrebbero consentito di consumare il casatièllo acquistato, non partorito in famiglia.
Ricordo mia madre che il lunedì successivo la Domenica delle Palme cominciava ad organizzarsi per impastare ed infornare tra il venerdì ed il Sabato ben sei casatiélli, uno ciascuno per noi ragazzi, di dimensioni diverse a seconda dell’età ed uno grande per la famiglia, tutti rigorosamente da consumare dopo la mezzanotte del Sabato, dopo che s’era sciolta ‘a Gloria , al suono delle campane che avevano taciuto per oltre 48 ore. Guai a pizzicare prima e mangiare pezzi di salame in quel lasso di tempo anche di digiuno.
Il casatiéllo personale generalmente lo portavamo per colazione a scuola il martedì successivo al rientro delle vacanze pasquali, sempre che ne fosse rimasta traccia.
Questa torta di farina con sugna,ciccioli,pepe e uova intere con guscio ,così semplicemente descritta nella maggior parte della letteratura culinaria tradizionale napoletana, ha subìto nel tempo varianti e botte creative del tutto personali, da quartiere a quartiere, da famiglia a famiglia, con aggiunta di salame e formaggio a tocchetti (e senza ciccioli nella mia tradizione familiare).
Ma l’arricchimento del casatiéllo giustifica l’attribuzione del termine a quella tipologia di persone particolarmente pedanti , pignole ed eccessivamente critiche, si proprio nu’casatiéllo , generalmente la moglie al marito pantofolaio e ….scassambrelle.
Casatiéllo
Ingredienti per tegame di dimensione media
500 g di farina, 40 grammi di lievito, 300 grammi di ciccioli, 150 grammi di sugna,pepe,sale 200 grammi di salame, 4 uova sode
Disponete la farina a fontana;al centro mettete un po’ di lievito stemperato in acqua tiepida; aggiungete il sale, una cucchiaiata di sugna ed impastate. Mettete a lievitare la pasta sotto un panno di lana. Quando la pasta sarà aumentata di volume, lavoratela ancora aggiungendo il pepe. Spianatela, ungetela con la sugna, spargetevi il salame a dadini, i ciccioli ed avvolgetela per formare un rotolo. Ungete di sugna uno stampo con il buco centrale e ponete il tortano di pasta facendo aderire bene le estremità. Sulla superficie mettete qualche uovo intero. Dopo averlo fatto lievitare nuovamente, infornate e fate cuocere a fuoco moderato. Servitelo freddo in tavola.(Frijenno Magnanno –Prisma libri)
mercoledì 7 marzo 2012
La fabbrica in fondo al vicolo
Nel Blog che parla della storia del quartiere San Carlo alle Mortelle, non può ,mancare la storia della fabbrica BOSS. Questo scritto parla della storia di mio padre e della sua fabbrica, creata nell'immediato dopoguerra, sin dal 1946 e portata avanti attraverso il boom economico dell'italia degli anni 50 fino agli anni della contestazione operaia e della definitiva chiusura avvenuta nel 1969.
La fabbrica sorgeva in fondo al Vicoletto San Carlo alle Mortelle ed aveva raggiunto negli anni sessanta un discreto numero di operai ed una grande visibilità anche a livello nazionale. La BOSS e' stato il fiore all'occhiello dell'espansione italiana del dopo guerra a seguito della nascita della FIAT ed in particolare della mitica 500. Mio padre, dalla mente creativa e geniale, creò una serratura per il portellone posteriore della '500, che includeva la sigla I (Italia) e che poteva sostituire la normale serratura di serie fornita dalla FIAT. Credo di non sbagliarmi se affermo che questa piccola serratura sia stata comprata da quasi tutti gli italiani che in quegli anni avevano una 500 . La produzione si estese poi alla '600, una serratura a forma di aletta, ed alla '750.
La storia della BOSS parte da molto lontano, al momento dell'armistizio che segnava la fine della 2^ guerra mondiale, nel lontano 1943. All'epoca mio padre, era sottoufficiale dell'aeronautica militare , Capitano addetto alla motorizzazione ed al controllo degli aerei militari. Al momento del disarmo generale lui scelse di lasciare l'aeronautica e si ritrovò a dover badare a se stesso ed alla nostra famiglia in un momento di totale caos economico e politico.
Fu così che cominciò a creare degli accendini, che in quel momento in cui era difficilissimo reperire cerini per accendere il fuoco, andavano alla grande.
Li fabbricava completamente da solo. In un piccolo stampo di alluminio creava la cassa, che poi limava a mano ed infine li finiva inserendo la pietra focaia. C'era solo un piccolo particolare: gli accendini erano fuori legge ed erano venduti al mercato nero. C'erano dei punti di vendita che raccoglievano la “merce”. Qualche volta la staffetta era mia sorella maggiore, che all'epoca andava in quinta elementare, e nascondeva gli accendini nella sua cartella.
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Insomma, in qualche modo mio padre era riuscito ad imporsi per la sua capacità di introdurre nel mercato delle nuove proposte. Il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni accettò la proposta di mio padre e da quel momento in poi la fabbrica decollò fino a raggiungere circa 15 operai. Questo brevetto e' stato poi ricordato, negli ultimi anni, a seguito dell'interessamento di suo nipote, Dott. Mario Fiorentino, Direttore Generale addetto alla regolamentazione del settore postale e del Ministero dello Sviluppo Economico ed esposto nel Museo Storico delle Poste Italiane, fondato nel 1878 ed adesso situato all'Eur.
Quasi in contemporanea nel 1956 nacque un'originalissima serratura a forma di tabacchiera per sportelli portabagagli di auto. Questo brevetto non ebbe il successo sperato. Ma la fervida fantasia di mio padre creò nel '61 la mitica serratura a sigla ITALIA, che fruttò prestigio e successo nazionale alla sua piccola fabbrica.
Gli anni trascorsero veloci con ritmo frenetico, per la piccola fabbrica di mio padre che nei primi anni '60 si trovò a dover fronteggiare una mole enorme di ordini. A quel punto tutte le forze della famiglia vennero impiegate a dare una mano alla situazione. L'ufficio era in casa, e la contabilità condotta dal fratello di mio padre, lo Zio Gaetano, e tutti noi familiari e domestiche nel pomeriggio, contribuivamo all'impacchettamento delle serrature da inviare in giro per la crescente ITALIA degli anni del benessere e della ripresa economica . Può servire a comprendere l'atmosfera di quegli anni questo piccola memoria scritta dal primo nipote della famiglia, Luigi Fiorentino,figlio di mia sorella Amalia. Mia sorella si era già sposata e veniva qualche volta a trovarci con I suoi primi due figli, Luigi e Mario. Io , ancora giovanissima, contribuivo all' impacchettamento delle serrature da inviare la sera stessa della produzione che era avvenuta in giornata nella fabbrica.
Io ricordo la primaria Fabbrica di serrature .... ero piccolo. Non potevo scendere lì dove si creavano le mitiche serrature con le alette. Stavo con la nonna e le zie a casa. Ma anche lì l'aria era quella: era la casa delle donne della Fabbrica. Salivi le alte scale del palazzo e ti trovavi, senza saperlo, dentro. Passato un piccolo ingresso pieno di vari attrezzi e scatole ti trovavi di fronte ad una scrivania grande ed una piccola. Sulla grande c'erano tutte le carte e documenti mentre su quella piccola c'era una piccola macchina di scrivere, Olivetti mi sembra, che serviva per scrivere tutto quello che occorreva alla Fabbrica.
Ma il mio ricordo più tenero e vivo viene dalla cucina. Normalmente in una cucina si respirano odori, profumi, rumori di piatti. Lì invece io entrando trovavo le donne di casa, erano sedute attorno al tavolo, alcune in vestaglia, e lavoravano fino a sera. Quando faceva buio una tenua luce illuminava le loro mani sicure mentre impacchettavano con cura la serratura, le viti di supporto, le istruzioni e tutto quello che occorreva. Ogni tanto si fermavano e sorseggiavano un po’ di caffè. Un profumo che ho ancora nelle narici. Chiacchieravano anche ma lavoravano, con pazienza e di buona lena. Da questo posto uscivano per esser vendute le serrature di mio Nonno Mario.
Ecco, io credo che queste poche righe riescano a trasmettere l'atmosfera che abbiamo vissuto tutti noi italiani in quegli anni. L'anima del piccolo imprenditore italiano, che vive e respira la sua possibilità di affrancarsi dal bisogno e dalle memorie dei lunghi anni di sacrificio con creatività, impegno, entusiasmo e forza. Io ricordo che la fabbrica era parte della mia famiglia. Ed in effetti anche il rapporto con gli operai di mio padre era davvero familiare. Erano pochi, e quindi si conoscevano e lavoravano un po' tutti come in una piccola famiglia. Purtroppo , con il crescere della fabbrica, e con l'evoluzione che e' avvenuta verso la fine degli anni sessanta questo non e' potuto più accadere. La piccola fabbrica di mio padre e' stata anche lei inghiottita dal malessere che e' sopraggiunto con la contestazione operaia e con il decadimento della produzione FIAT. Mio padre era già così anziano da non avere il coraggio di investire nuove forze e di trasformare la fabbrichetta da una struttura familiare ad una industriale. E cosi, dopo le prime delusioni avute con il crollo delle vendite che si confrontava con la sua incapacità a trovare nuove forme di produzione e dopo le prima contestazioni che avvenivano, come era giusto che fosse, anche fra le sue maestranze, decise di chiudere la produzione nel 1969. Ma nel mio cuore di figlia e di donna che e' stata figlia del dopoguerra e della contestazione del '68, la fabbrica di mio padre e della mia famiglia resta impressa nella mia memoria in modo indelebile.
Maria Bossa
Maria Bossa
lunedì 5 marzo 2012
Poesia, musica e liturgia
In questi giorni finalmente una moltitudine di persone ha pianto per la morte di un poeta , nel nostro tempo del decadimento culturale degli ultimi vent’anni che sembrava aver offuscato anche quel mondo fatto di versi, di emozioni, di sentimenti e che Alda Merini, una delle più belle voci della poesia del novecento , esalta ricordandoci che i Poeti,nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle.
La discutibile raccomandazione della Conferenza Episcopale Italiana di non eseguire alcuna canzone di Dalla nel corso della cerimonia funebre , mi ha fatto ricordare gli anni ‘68/69 nel corso dei quali con un gruppo di amici iniziammo l’esperienza della liturgia della Messa con canti presi dai testi di Mannerini e De Andrè cantati dai New Trolls nell’album Senza orario e senza bandiera , con due chitarre elettriche (il mitico Sergio Ricciardi) ed una chitarra basso.
Esperienza indimenticabile apprezzata non solo dai giovani e consentita dal mitico parroco Don Franco Alfarano sempre disponibile ai nuovi venti che proprio in quegli anni soffiavano un po’ in tutte le comunità di base sparse per l’Italia e non solo e che segnarono un momento molto importante per un dibattito nella Chiesa troppo presto e scelleratamente soffocato.
La poesia musicata, cantata e partecipata come grande momento di preghiera, che riuscì a calamitare tantissimi giovani poi coinvolti nelle attività della comunità.
Canzoni dai testi e musiche di grandi Poeti come Fabrizio De Andrè che riuscivano a suscitare emozioni e momenti di meditazione, difficilmente paragonabili con canti tradizionali seppur rispettabili.
A distanza di più di quarant’anni la lettura dello splendido testo di Rondini ,da parte di un frate di Assisi ,mutilato e ferito dalla mancanza delle note e della voce del poeta, ha comunque trasmesso emozione e commozione …a metà.
giovedì 1 marzo 2012
Balconi
Stamattina scrivendo un articolo per un giornale italo-americano sulla Coppa America di vela che si svolgerà prossimamente a Napoli, ho raccontato dei balconi con vista mare che si affolleranno di parenti ed amici per assistere allo spettacolo delle regate. Ho lasciato per un po’ la tastiera e la mente è andata ai balconi di casa mia al terzo piano , un quinto delle nuove costruzioni, con una vista meravigliosa sull’insenatura di Mergellina, via Caracciolo, la punta della Campanella, Capri, la collina di Posillipo con la Chiesa di San’Antonio la sera illuminata da decine di lampadine lungo tutto il perimetro che la rendevano visibile da tutta Napoli.
I balconi dei vecchi fabbricati non ampi come quelli delle nuove costruzioni, sempre vivi, con le braccia appoggiate alle ringhiere e le gambe dei bambini penzoloni , sempre fioriti con le gabbie dei canarini e cardellini al muro e il mobiletto frigo in legno con la retina esterna per conservare un caciocavallo, un mezzo salame o le uova sul balcone della cucina quasi sempre sul lato nord.
Il balcone era il cellulare dell’epoca per parlare con gli amici,i vicini o con le lettere mute per quelli un po’ più distanti come gli amici nel fabbricato nuovo di via Filippo Rega,29 o con il terrazzo dello stabile di piazzetta Mondragone.
Capitava spesso di assistere a veri e propri dialoghi muti, a gesti, con sorrisi, con sguardi tra balcone e balcone, tra innamorati o semplicemente tentativi di approccio con appuntamenti scritti su un foglio e letti col binocolo.
Scene d’altri tempi già allora con i corteggiamenti di Amedeo innamorato pazzo della bella J. bionda del quinto piano oggi nonni di magnifici nipoti.
Ricordo che con la famiglia dell’appartamento sottostante, avevamo una campanella fissata a muro con una cordicella per chiamarci.
Immancabile era il paniere in vimini intrecciato con una lunga corda con funzione di mini-montacarichi per le cinque sigarette sfuse nella bustina, i 100 grammi di provolone, il mazzetto per il brodo , dell’ultimo momento.
I balconi diventavano un piccolo palco di teatro in occasione dei fuochi d’artificio di settembre in occasione della chiusura dei festeggiamenti della Piedigrotta, i vicini che non godevano della vista mare avevano la priorità, poi parenti e amici; altra occasione solenne i fuochi di fine anno per partecipare… alla guerra lampo.
La sera si vuotavano e i ballatoi delle scale comuni erano la prosecuzione delle conversazioni, un modo di stare insieme , un modo semplice di vivere l’amicizia.
Il balcone più noto di Napoli è senza dubbio quello del grande Eduardo in Questi fantasmi , con la scena del caffè che per quanti di noi vissuti in quegli anni non rappresenta una scena irreale,impossibile ma naturale, abituale, meravigliosamente vera.
mercoledì 1 febbraio 2012
Guglielmo Melisurgo
Non solo scrittori, pittori,santi ed anarchici vissero in quello che in vari testi fu sempre esaltato come luogo della tranquillità, fuori dalla confusione cittadina, immerso nel verde del Poggio delle Mortelle.
Guglielmo Melisurgo, Ingegnere e Architetto, nato a Napoli il 23 Febbraio 1857, lasciò il segno nella storia di Napoli essendo l’unico studioso che si calò nelle viscere della città per ricavarne uno studio meticoloso e particolareggiato che gli consentì di individuare circa cinquemila rifugi nella roccia tufacea raggiungibili con ripidissime rampe di scale.
Percorsi nella città sotterranea che salvarono la vita di migliaia di cittadini durante le incursioni aeree, uno studio fatto senza compenso alcuno durante il periodo trascorso all’Ufficio Tecnico Comunale che Melisurgo volle intraprendere di propria iniziativa e che donò alla città che oggi, dopo vari e significativi interventi, lo pone a disposizione di quanti turisti, giovani, studenti curiosi hanno voglia di conoscere ed ammirare la città nella città.
Dopo i circa diciassette anni al Comune lavorò per altri sette alle dipendenze della Società pel Risanamento di Napoli con la quale collaborò successivamente ancora per alcuni anni.
Cominciò la sua brillante carriera professionale dopo essersi laureato a vent’anni, progettando un elettrodotto che sfruttava la forza idraulica del mulino municipale a Pontecorvo che consentì l’illuminazione della Galleria Principe di Napoli inaugurata nel 1883.
Progettò il prospetto dell’edificio universitario al Rettifilo che vide la luce nel 1908.
Pubblicò nel 1937 il Piano Regolatore di Napoli oltre ad altri innumerevoli studi scientifici.
Di Gugliemo Melisurgo , morto il 3 Agosto del 1943, va sottolineata la grande onestà che lo indusse a lasciare l’incarico all’Ufficio Tecnico del Comune contrariato da varie irregolarità amministrative e la denuncia presentata all’allora Ministro dei LL.PP. Emanuele Gianturco sulle speculazioni tramate sul suo lavoro in occasione della progettazione del prospetto della sede universitaria ad opera di personalità del mondo accademico che fecero apportare modifiche a sua insaputa.
Le sue opere, la sua personalità, il suo grande impegno per la città sono bene illustrate in un opera curata dal nipote Sergio, indimenticato gran signore, colto e appassionato d’ arte, anche lui vissuto per molti anni in S.Carlo alle Mortelle dove ancora abitano la moglie ed un figlio.
martedì 31 gennaio 2012
San Francesco Saverio Maria Bianchi
E’ l’ultimo giorno del mese di Gennaio. L’anno scorso ho ricordato, in occasione dell’anniversario della sua morte avvenuta all’improvviso il 31 Gennaio del 1980, Antonio Altamura , scrittore e letterato vissuto per anni nella sua casa al primo piano di quello che è stato il palazzo dove un pezzo di storia della città degli ultimi tre secoli è passato per quel portone, lasciando segni e ricordi difficilmente cancellabili dalle memoria di quanti amano la nostra Napoli.
Oggi la Chiesa,oltre la figura popolare di San Ciro, ricorda il meno noto San Francesco Saverio Maria Bianchi, nato ad Arpino (Frosinone) nel 1743 ed ordinato a Napoli sacerdote dell’ordine dei Barnabiti nel 1767. Insegnò Filosofia e Matematica nel Collegio di San Carlo alle Mortelle, dove aveva ultimato gli studi, nel 1778 insegnò nell’Università di Napoli e l’anno successivo divenne socio della Reale Accademia di Scienze e Lettere.
Fu padre spirituale di Suor Maria Francesca delle cinque piaghe, la mistica Santa napoletana che predisse l’eruzione del Vesuvio del 1794, oggi ancora venerata ai quartieri Spagnoli dove la sua casa è pellegrinaggio continuo in particolare delle donne che non riescono ad avere figli.
Fu anche guida spirituale di Carlo Emanuele IV di Savoia e di sua moglie Clotilde .
Si narra che dal 1800 cominciò il periodo particolarmente orientato al misticismo, periodo in cui fu trovato in estasi davanti al SS.Sacramento e durante il quale si disse che, trovandosi a Torre del Greco, con un suo gesto di benedizione avesse fermato la lava del Vesuvio, durante le eruzioni tra il 1804 ed il 1805, che minacciava la città.
Morì il 31 Gennaio del 1815 dopo tredici anni vissuti su di una poltrona a causa di una malattia che gli procurò molteplici piaghe alle gambe e, si narra, che i suoi funerali furono tra i più affollati dell’epoca e che richiesero l’intervento di guardie a cavallo.
Fu Beatificato da Papa Leone XIII il 22 Gennaio 1893 e canonizzato da Pio XII il 21 Ottobre 1951.
Le sue spoglie sono conservate a Napoli nella Chiesa di Santa Maria di Caravaggio, in Piazza Dante, costruita nel 1627.
lunedì 23 gennaio 2012
Eleonora Pimentel Fonseca e la Repubblica Napoletana
23 Gennaio 1799, nasce la Repubblica Napoletana che vedrà,però, la fine dopo pochi mesi ,l’8 Luglio 1799
Elemento di spicco fu Eleonora Pimentel Fonseca, scrittrice e giornalista che diresse il Monitore Napoletano, giornale ufficiale del Governo provvisorio.
Abitò per un breve periodo in San Carlo alle Mortelle dove nella omonima Chiesa seppellì il suo unico figlio Francesco nato dallo sfortunato matrimonio con Pasquale Tria de Solis,capitano dell’esercito napoletano e dal quale si separò otto anni dopo a seguito anche delle percosse ricevute che le procurarono l’interruzione della seconda gravidanza.
Per i suoi ideali Repubblicani, fu arrestata ed impiccata il 20 Agosto del 1799 in Piazza Mercato e prima di morire citò Virgilio : Forsan et haec olim meminisse juvabit , Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.
"Risente, ansando come un incubo, le note fonde, paurose, della “Messa da Requiem” di Mozart, alle Mortelle l’aveva resa quasi pazza. Dopo una settimana dalla morte del bambino (l’andava a trovare quotidianamente nella parrocchia di San Carlo, dove un quadratino di marmo grigio sul pavimento, all’angolo della navata sinistra, ne segnava il nome e la fredda dimora sotterranea) due volte al giorno, pomeriggio e sera, dalla chiesa giungevano, puntuali, i funebri accordi d’organo….Cominciò allora a diventare vecchia: grigia nelle tempie, scavata nelle guance, curva, smagrita, l’odioso petto cascante, vizzo. Restava giorni senza mangiare. Trovava forza il pomeriggio per andare in chiesa, al quadratino" ( da Il resto di niente di Enzo Striano Loffredo Editore)
giovedì 19 gennaio 2012
Ricordo di un amico
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| Paolo Contessa |
Quando la figlia Bruna mi ha comunicato la notizia confesso di essermi ripreso subito dalla commozione, quasi che fosse fuori luogo conoscendo la sua personalità.
Un uomo dal carattere forte, socievole, affettuoso,sensibile, di quelli che incontri e già da lontano cominci a sorridere perché sai che è impossibile non scambiare una battuta, raccogliere un sorriso, un abbraccio, una stretta di mano.
Paolo nel quartiere era un mito, ma no nel senso comune troppo abusato del termine, era il personaggio che tutti conoscevano, che tutti amavano incontrare proprio per queste sue caratteristiche umane, che gli amici in particolare, amavano ascoltare in piazza,davanti alla tabaccheria, con i suoi racconti e le sue descrizioni delle persone della zona con i loro pregi ed i loro difetti e aveva la grande abilità di attribuire i sopranomi più azzeccati.
Al telefono stasera il Prof.Franco Alfarano, l'ex Parroco storico di San Carlo, tra la commozione e l'immancabile sorriso che automaticamente spunta citando il suo nome, ricordava le battute ed il tempo che impiegava ogni volta che andava in tabaccheria per le sigarette, perché incontrare Paolo era impossibile limitarsi al freddo saluto, per lui incontrare un amico, un conoscente era un'occasione di gioia, era una delle rare persone che quando la incontravi non ti scaricava addosso mai i suoi problemi o tristi notizie.
Le partite di calcio con la sua partecipazione erano sempre un momento di puro divertimento anche nelle discussioni più accese per un goal da contestare o una mancata espulsione di un avversario.
Confesso che faccio fatica a non ricordarlo con un pizzico di allegria e di buon umore, anche perché avvertirei la sua contrarietà e anche qualche parolaccia per dirmi di non permettermi di fare discorsi troppo seriosi o peggio intrisi di tristezza.
Ciao Paolone.
(20 Gennaio ore 11,45 -Chiesa S.Maria della Libera, via Belvedere)
venerdì 6 gennaio 2012
La nostra Befana
Era questa la giornata dei giochi, in casa o nei viali, nella piazza,nel vicolo, era la giornata dei bambini, delle bambole nelle carrozzine, delle biciclette, delle pistole, dell'auto di plastica a pedali.
Ci svegliavamo di notte, al mattino di buon ora a scavare nelle federe dei guanciali adattate a sacchi a disposizione della vecchia Befana.
Un giocattolo,due, massimo tre, tra carte di giornali,carbone,qualche caramella e qualche patata per fare volume.
Avevamo vissuto una notte immersi in una favola di Andersen, per pochi ma veramente pochi giocattoli, una costruzione, un piccolo chimico, una bicicletta che ai nostri occhi appariva come un motorino.
Affacciato al balcone di casa mia al terzo piano corrispondente ad un sesto dei fabbricati moderni, vedevo i compagni di gioco scorazzare in bici, piccole donnine che spingevano le carrozzine, i più piccoli sui monopattini lungo la discesa, dietro i muri del giardino piccoli focolai di guerra tra indiani e cowboys...e via giù per mostrare i mie giochi, il mio meccanico, tra viti,bulloni e piastre in ferro.
In piazza Marittiello correva come un forsennato su un monopattino un po' scorticato, non proprio nuovo ma che lo faceva volare ugualmente nel suo mondo dei sogni.
Ci svegliavamo di notte, al mattino di buon ora a scavare nelle federe dei guanciali adattate a sacchi a disposizione della vecchia Befana.
Un giocattolo,due, massimo tre, tra carte di giornali,carbone,qualche caramella e qualche patata per fare volume.
Avevamo vissuto una notte immersi in una favola di Andersen, per pochi ma veramente pochi giocattoli, una costruzione, un piccolo chimico, una bicicletta che ai nostri occhi appariva come un motorino.
Affacciato al balcone di casa mia al terzo piano corrispondente ad un sesto dei fabbricati moderni, vedevo i compagni di gioco scorazzare in bici, piccole donnine che spingevano le carrozzine, i più piccoli sui monopattini lungo la discesa, dietro i muri del giardino piccoli focolai di guerra tra indiani e cowboys...e via giù per mostrare i mie giochi, il mio meccanico, tra viti,bulloni e piastre in ferro.
In piazza Marittiello correva come un forsennato su un monopattino un po' scorticato, non proprio nuovo ma che lo faceva volare ugualmente nel suo mondo dei sogni.
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